Archivio categoria 3. La polemica
Vi spiego perchè il sindacato è finito nel 1993
Nel mio ultimo libro (C’era una volta il sindacato: Cgil, Cisl e Uil nella Prima Repubblica, Boroli Editore) mi limito a narrare cinquant’anni di storia del movimento sindacale italiano, dal 1943 al 1993, corredandola del profilo dei maggiori protagonisti. Per spiegare tale scelta, nella postfazione ho voluto citare un episodio di Arturo Toscanini. Il grande maestro, dirigendo la Turandot alla Scala, lasciò cadere la bacchetta nel punto in cui era arrivato a comporla Giacomo Puccini prima di morire. E si rifiutò di proseguire oltre. In sostanza, dal mio punto di vista, dopo il 1993 non si è verificato più nulla, nel sindacato, che valesse la pena di essere raccontato. Tanto valeva, allora, spegnere il computer. [Continua]
I consumi calano perchè non bastano più a dare la felicità
L’Ufficio studi Confcommercio ha pubblicato le stime relative all’andamento dei consumi privati interni nel 2009, le quali parlano di un calo dell’1,8% (il più forte da moltissimi anni). Il dato è probabilmente sottodimensionato: secondo il gruppo di lavoro che coordino, la relazione di Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia, dovrebbe proporre un consuntivo del -2,1%. Ma si tratta di differenze modeste, che nulla tolgono all’entità del fenomeno. Essa è, da un lato, certamente negativa, essendo stata determinata contemporaneamente dal calo del reddito disponibile netto delle famiglie, dal diffondersi di un sentiment assai negativo, dalla tendenza di molti nuclei familiari ad accrescere la propensione al risparmio (sia per ricostituirne lo stock, indebolito dalla crisi finanziaria aggravatasi dall’autunno 2008, sia per «mettere fieno in cascina» in vista di possibili difficoltà future). [Continua]
Questa etichetta vale più per i furbi che per gli onesti
Prevalentemente. Nella sua fabbrica sulle sponde del lago di Garda Claudio Marenzi, patron del marchio Hermo, legge quell’avverbio e scuote la testa. L’ultima versione del disegno di legge Reguzzoni-Versace che dovrebbe tutelare tessile e calzature made in Italy prevede che possano fregiarsi di questa etichetta tutti i prodotti finiti per i quali le fasi di lavorazione hanno avuto luogo «prevalentemente» sul territorio nazionale. «Così a essere penalizzato è chi fa i salti mortali per tenerla davvero in Italia, e tutta, la lavorazione» dice a Economy Marenzi, che è anche presidente del consorzio Classico Italia. [Continua]
Ecco perchè il modello Sarko’non funziona
È un po’ singolare, Europa a metà del guado della grande crisi. Un’Europa in cui capita che un direttore generale della Renault da sempre comunista come Patrick Pelata difenda insieme all’amministratore delegato Carlos Ghosn il diritto dell’azienda di produrre la Clio 4 dove costa meno, cioè a Novo Mesto in Slovenia e a Bursa in Turchia e nel nuovo stabilimento previsto in Cechia, mentre il presidente di centrodestra Nicolas Sarkozy impone all’azienda di continuare la produzione a Flins, in Francia, visto che lo Stato ha il 15% di Renault e ha messo 6 miliardi di euro nel suo capitale e in quello di Psa-Citroën. [Continua]
Con la flexsecurity evitiamo ai giovani l’emergenza lavoro
Il 18 febbraio governo, Regioni e parti sociali hanno sottoscritto l’accordo sulla formazione professionale nel 2010. Sono cinque le linee guida per favorire il reimpiego dei lavoratori in cassa integrazione, disoccupati o in mobilità. Ma sia il governo sia le forze politiche, sia le forze sociali manifestano scarsa sensibilità e attenzione a una delle emergenze fondamentali del nostro Paese: la disoccupazione giovanile, che in parte cospicua è anche disoccupazione giovanile intellettuale.L’ultimo Rapporto mensile dell’Osservatorio della Commissione europea evidenzia che la disoccupazione nel suo insieme ha raggiunto a novembre il tasso dell’8,3%. [Continua]
Anche nel petrolio dobbiamo vedercela con i cinesi
Il presidente dell’Unione petrolifera italiana ha rivelato che trasformare il petrolio non rende più. I margini sono troppo bassi, tra i 10 e i 15 dollari a tonnellata. Solo nel 2° trimestre 2008 sfioravano i 40. Dunque cinque raffinerie sono a rischio chiusura. È un trend in atto nei Paesi industrializzati occidentali già da qualche anno: molti impianti sono già stati chiusi in Usa e Francia. In Italia i dipendenti delle raffinerie sono 400-500 per unità, ai quali andrebbe ad aggiungersi l’indotto, per un totale di 7.500 addetti destinati a perdere il posto. [Continua]
Tagliamo il cordone ombelicale tra Fiat e Palazzo
Lasciando chiudere Termini Imerese, il governo Berlusconi avrebbe un’opportunità straordinaria. Quella di cambiare, sperabilmente per sempre, le modalità dell’interazione fra Fiat e politica nel nostro Paese. L’impresa torinese non è molto amata, dalle parti del governo, e questo si sa. Le ragioni sono facilmente comprensibili. I ceti sociali che sostengono la maggioranza nel Nord sono in larga misura «l’antiFiat». Artigiani, commercianti, professionisti, lavoratori e imprenditori cresciuti senza protezioni politiche, che magari hanno ricevuto loro pure, a vario titolo, qualche «aiutino». Ma a cui, da sempre, sembra innaturale e ingiusto che il gigante di Torino assorba come una spugna risorse provenienti dal portafogli dei contribuenti tutti. [Continua]
Le Asl? Pagano un anno dopo
Una produzione che non ha risentito troppo della crisi, ordinativi per il 2010 in tenuta: anche in tempi di congiuntura difficile, il biomedicale resta un’eccellenza del made in Italy. Eppure un’impresa su due rischia di chiudere per mancanza di liquidità. Possibile? Sì, dato che nel 75% dei casi i clienti sono le Aziende sanitarie locali (Asl), il peggior pagatore al mondo. «I ritardi nella riscossione del credito non sono un problema nuovo» lamenta Angelo Fracassi, presidente di Assobiomedica, l’associazione di Confindustria che raccoglie oltre il 90% delle aziende, per quasi 5 miliardi di fatturato. «Ma i tempi si sono ulteriormente allungati. E, complice la stretta creditizia, le imprese non hanno più ossigeno». [Continua]
Fazio, un orso tra le volpi
Non mi hanno sorpreso le dichiarazioni rese da Antonio Fazio il 13 gennaio alla seconda sezione penale del tribunale di Milano. E non sono neanche tra coloro che hanno atteggiato le labbra a sorrisi di sufficienza, rafforzando la propria opinione di colpevolezza dell’ex governatore della Banca d’Italia. Minoranza ero, nel commentare le scalate del rovente 2005, e minoranza resto di fronte ai processi che ne sono seguiti. Da giornalista, ho accumulato faldoni di materiale e macinato centinaia di ore di colloqui con i protagonisti di quelle vicende. Anche con Fazio. E con Giovanni Consorte. La tesi centrale dei pubblici ministeri è che la concomitante scalata della Lodi su Antonveneta e di Unipol su Bnl rispondesse a un unico disegno. [Continua]
Salviamo Marylin dai pirati
La pirateria multimediale rischia di mettere in ginocchio l’industria audiovisiva, già gravemente danneggiata dal fenomeno che, grazie anche alla velocità del progresso tecnologico, è in continua e repentina crescita. L’Italia è purtroppo uno dei Paesi al mondo dove la pirateria è più diffusa.Per dare un’idea di quanto incida sul solo mercato cinematografico (senza quindi includere il mondo della musica, dell’editoria e del software), basti pensare che il totale dei ricavi (legali) del settore (sala e home video) è pari a circa 1,5 miliardi di euro. Il danno inferto dalla pirateria supera i 550 milioni di euro, come risulta da una recente ricerca Ipsos. [Continua]
Rubriche:
1. Editoriale
- Professionista chi? Di Giovanni Iozzia
14. Il dubbio
- Tutto il Paese deve mobilitarsi per un grande Expo di Diana Bracco
15. L'esperienza
- Anch’io ho fatto come Buffett. Stravolgere i canoni rende di Ennio Doris
2. Controvento
- Nucleare. Non basta dire no Di Gianpiero Cantoni
3. La polemica
- Vi spiego perchè il sindacato è finito nel 1993 di Giuliano Cazzola
4. Analisi
- Ecco che cosa ci stiamo giocando in Borsa di Oscar Giannino







