Una svolta decisiva per salvare l’industria tessile
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Approvato al Senato il 10 marzo, il disegno di legge Reguzzoni-Versace, che tutela tessile e calzature italiane introducendo l’obbligo di tracciabilità e concedendo l’etichetta Made in Italy solo ai capi lavorati prevalentemente nel nostro Paese, è in attesa della conversione definitiva alla Camera. E mentre diversi giuristi e associazioni di categoria, da Federmoda-Cna a Classico Italia , lamentano la scarsa portata del nuovo provvedimento, c’è anche chi, come il consorzio Tessilvari, ha indirizzato ai suoi promotori una lettera dal titolo emblematico: Grazie. «Ci sembrava doveroso» dice a Economy Giuseppe Polli, patron della Manifattura di Domodossola e presidente dell’associazione che, nata nel 1945 e aderente a Confindustria, conta quasi 200 piccole e medie imprese familiari italiane nei settori lana, seta, filatura, torcitura, sartoria, tessitura d’arredo e cappelleria.
Perché è doveroso ringraziare?
Perché questa è una svolta epocale. Per anni la nostra classe politica ha sottovalutato i pericoli causati da un uso distorto, per non dire peggio, della dicitura Made in. Ora finalmente si è fatta chiarezza, con un testo che per la prima volta accomuna l’interesse dei produttori onesti e quello dei consumatori.
Quel riferimento alla «lavorazione prevalente» non rischia di favorire anche chi inizia a produrre altrove un capo e poi finisce di confezionarlo qui?
Nessuna legge nasce perfetta e le lobby sono sempre in agguato. Non escludo che anche qualcuno dei miei soci abbia ormai delocalizzato alcuni dei passaggi iniziali. Ma se lo scopo è fornire al consumatore un’informazione completa e corretta, lo abbiamo centrato.
Perché?
Perché la legge impone che tutte le fasi della lavorazione, così come le aree di provenienza della materia prima e dei semilavorati, siano specificate. Se non è una conquista questa…
Insomma, siete pienamente soddisfatti?
Direi proprio di sì. Lo ripeto: il mondo politico e anche qualche mio collega imprenditore si sono nascosti a lungo dietro a un dito, ritenendo che il Made in Italy fosse qualcosa di acquisito e non, come stava accadendo, un’etichetta che andava perdendo valore di giorno in giorno a causa dell’attacco senza regole dei produttori low cost. Ora finalmente possiamo combattere ad armi pari, o quasi.
Perché quasi?
Perché a monte ci sono almeno altri due problemi da risolvere.
Quali?
Il lavoro sommerso, che dalla nuova norma non è toccato perchè lo abbiamo in casa, e la contraffazione, che del Reguzzoni-Versace se ne frega. Falso il capo, falsa l’etichetta.
Fenomeni antichi. Come si combattono?
Le sanzioni previste dal provvedimento (chi bara, oltre a multe più salate, rischia una causa penale e in alcuni casi anche il reato associativo, ndr) sono già un buon punto di partenza. Ma servirebbero anche controlli più severi, sia in dogana che sui mercati esteri.
E sul piano istituzionale?
Fatta la legge, bisogna comunicarla. Ai consumatori, a Bruxelles e anche a qualche collega italiano.
A tutti coloro che sono bene inseriti nel nostro sistema confindustriale ma che hanno interessi opposti a chi in Italia produce ancora. Pagano i propri dipendenti e le imposte all’estero, non hanno problemi di tutela della salute dei lavoratori e dell’ambiente ma vogliono godere delle ovvie plusvalenze che il marchio Made in Italy crea. Ora basta.
Tags: confindustria, export, Made in Italy, Polli, tessile, tessilvari
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