Regioniamo
Raccontano che il presidente della Regione Siciliana, Raffaele Lombardo, in questi giorni sia furioso con quelle società controllate che nel 2009, pur essendo sull’orlo del fallimento, hanno fatto centinaia di assunzioni. Se lo può permettere perché dalle sue parti non ci sono elezioni in vista. Lì dove, invece, si corre per i nuovi governi regionali, tra i premi in palio c’è anche il controllo delle «partecipate», molto appetite per il business che generano ma anche per le opportunità di collocamento che offrono. La ricerca sulle società partecipate dalle Regioni, che pubblichiamo in esclusiva in questo numero e alla quale abbiamo dedicato la storia di copertina, rivela la consistenza della Regione spa: 1.400 società, che danno lavoro a oltre 40 mila persone, per un giro d’affari di oltre 6 miliardi (4 nelle 13 Regioni che vanno al rinnovo). Non sono numeri enormi, se letti nel grande quadro dell’economia nazionale, ma sono numeri in crescita, in nome del federalismo ovviamente, ma anche di una non dichiarata competizione con il crescente potere economico di quelle municipalizzate in questo momento al centro di interessi e manovre internazionali. Ci sono aeroporti e finanziarie, acquedotti e servizi informatici. Casi eccellenti e imprese incomprensibili. Soprattutto nello scacchiere pubblico. Dove la tendenza è a moltiplicare i soggetti, le funzioni, le istanze anche se l’oggetto resta sempre la stessa strada o lo stesso servizio. E il federalismo potrebbe rappresentare una buona occasione per mettere ordine.
C’è un urgente bisogno di confini. «Il federalismo è irreversibile ma cominciamo a stabilire chi fa che cosa» ha detto qualche giorno fa il presidente della Camera Gianfranco Fini, evocando la revisione del titolo V della Costituzione, quella serie di articoli che descrivono il lavoro degli enti locali rispetto allo Stato centrale. Diciamo che nel corso dei decenni i compiti si sono spesso sovrapposti, qualche volta confusi, altre annullati a vicenda. E il proliferare di leggi ha contribuito ad aggrovigliare la matassa.
Avverte Fini: «Ci sono competenze che non possono continuare a essere condivise tra Stato e Regioni. Dobbiamo limitare, nel modo più drastico possibile, le competenze condivise perché sono causa di contenziosi e di aumento della burocrazia». E anche occasione di sprechi e malversazioni, aggiungiamo noi. Specie quando si aggiungono anche i Comuni. Ma se indietro non si torna, non è ancora chiaro come andare avanti, salvaguardando l’equilibrio funzionale di centro e periferia. È una questione politica decisiva, con importanti ricadute sulla gestione locale di consistenti interessi economici.
Dividere le competenze non è certo semplice, ma mantenerle confuse non aiuta né i conti né il cittadino. C’è un problema di efficienza che, non a caso, emerge al Sud, lì dove l’ente pubblico è tradizionalmente una sorta di ammortizzatore sociale, al di là di ogni logica economica. E dove il rapporto con il cliente-cittadino è più forte e, probabilmente, più malato che altrove. All’Assemblea regionale siciliana, approfittando dell’assenza di ansie preelettorali, discutono la cura: un disegno di legge che prevede una drastica riduzione delle partecipate nell’isola. Vedremo se, come, quando e che cosa produrrà. Potrebbe essere un buon esempio da mostrare al Nord.
giovanni.iozzia@mondadori.it
Tags: economia, elezioni, federalismo, fini, lavoro, regioni, Sicilia, Stato
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