Lo Stato onori i suoi impegni
Che cosa può fare lo Stato per le piccole e medie imprese (Pmi)? Questa è una domanda cruciale in questa seconda fase della crisi. L’economia globale sta ripartendo, ma noi dobbiamo fare in modo che l’uscita dalla recessione abbia effetti immediati e radicati anche nel nostro Paese. Le imprese italiane hanno già vissuto una intensa fase di ristrutturazione, a cavallo degli anni Duemila, che le ha portate a incidere in profondità sul proprio modello di business, sui costi fissi, sulla loro struttura produttiva. Non è stato facile, per quelle aziende, ripensarsi. Non è stato facile perché esse erano abituate a un mondo statico, «limitato» geograficamente: a un interscambio «tirato» dagli altri Paesi occidentali, rispetto ai quali un basso costo del lavoro e il frequente ricorso alla valutazione competitiva ci consentivano di essere molto concorrenziali.
Poi è cambiato tutto. È arrivato l’euro, e con esso la solidità monetaria. È arrivata la globalizzazione, e con essa nuovi «competitori» che hanno reso impossibile alle nostre imprese imporsi in una concorrenza di prezzo. È arrivata la sfida della qualità, dell’eccellenza.
Proprio queste recenti vicende ci devono rendere assieme ottimisti e preoccupati per il futuro delle imprese italiane. Ottimisti, perché le nostre aziende sono abituate a operare sotto un forte stress, a lottare per se stesse e per il proprio futuro. Preoccupati, perché hanno già fatto pulizia, hanno già «ottimizzato», sull’onda della rivoluzione globalizzata. È per questo motivo che non devono mancare sostegni, in questo difficile momento, per le imprese d’eccellenza che possono farcela e portare con forza l’Italia fuori dalle secche della crisi. Il sostegno che deve venire dallo Stato, però, deve necessariamente prendere forme nuove. Non servono sussidi a pioggia, non servono incentivi che distorcono il mercato.
Serve che lo Stato faccia bene lo Stato. Serve che lo Stato diventi un partner autorevole, un garante sicuro dei contratti e delle imprese. Due le cose da fare, su tutte. La prima è un’imponente opera di semplificazione normativa. Ne abbiamo parlato spesso, il governo e il ministro Roberto Calderoli si stanno muovendo con perizia e determinazione. Ma bisogna fare ancora di più.
La seconda cosa da fare è stare ai dettami del Padre nostro. Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori. Il debito dello Stato nei confronti dei privati ha proporzioni immani. Nel Milleproroghe, si è eliminata (fortunatamente) una norma che avrebbe «azzerato» il debito verso i privati nella sanità, nelle Regioni commissariate, con effetti apparentemente positivi per la finanza pubblica nell’immediato, ma disastrosi per la credibilità dello Stato.
Lo Stato esiste per fare rispettare i contratti fra i privati, per assicurare a chi conduce autonomamente la propria vita economica una «rete di fiducia» ragionevolmente certa. Se è il primo a non rispettare i contratti, che credibilità può avere?
È chiaro che il debito dello Stato verso i privati rappresenta un problema per le sue casse. Ma dobbiamo assolutamente farvi fronte, se non vogliamo che la nostra reputazione internazionale peggiori ancora, rendendoci poco attrattivi per capitali e imprese straniere. È importante cominciare a rimettere i nostri debiti, cominciando con le Pmi. È essenziale in territori come il Veneto, per esempio, dove le banche stanno facendo la propria parte con la moratoria sui mutui e garantendo l’accesso al credito. Lo Stato deve fare la sua. È così che si fa in un Paese sano e normale.
Tags: Calderoli, crisi, economia, Euro, globalizzazione, pmi, Stato
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