Ecco perchè il modello Sarko’non funziona
È un po’ singolare, Europa a metà del guado della grande crisi. Un’Europa in cui capita che un direttore generale della Renault da sempre comunista come Patrick Pelata difenda insieme all’amministratore delegato Carlos Ghosn il diritto dell’azienda di produrre la Clio 4 dove costa meno, cioè a Novo Mesto in Slovenia e a Bursa in Turchia e nel nuovo stabilimento previsto in Cechia, mentre il presidente di centrodestra Nicolas Sarkozy impone all’azienda di continuare la produzione a Flins, in Francia, visto che lo Stato ha il 15% di Renault e ha messo 6 miliardi di euro nel suo capitale e in quello di Psa-Citroën. Due settimane dopo, la stessa storia nel petrolio. Con Total che vuole chiudere e delocalizzare impianti di raffinazione francesi in cui perde 100 milioni di euro al mese, e Sarkò che ottiene la marcia indietro. E nell’elettronica, con la Philips costretta dall’Eliseo prima e da un tribunale poi a mantenere aperta la fabbrica di Dreux, ai cui dipendenti era già stata offerta l’alternativa tra un licenziamento più premio o il trasferimento in Ungheria, ma a salari locali e non più francesi.
Se a crisi appena iniziata un anno e mezzo fa tutti a parole erano d’accordo nel considerare protezionismo e statalismo le risposte sbagliate, ora che la disoccupazione e le chiusure di aziende mordono non lo si dice neanche più. Semplicemente ogni Paese e ogni governo, di qualunque colore politico, tentano di fare il contrario. Pochi lo ammettono esplicitamente, come può fare la Francia di tradizione dirigista e colbertista. Ma anche la Germania non scherza, ferma com’è nel no a ogni politica condivisa in ambito Ue, foss’anche per salvare Grecia e Iberia dalla crisi dell’eurodebito. Anche in Italia si vedono i segni. Giusto perché a guidare la Fiat è un manager assolutamente non italiano come Sergio Marchionne, l’azienda torinese può fare spallucce alla pressione pubblica di mantenere Termini Imerese, altrimenti niente incentivi. La multinazionale Alcoa s’è fatta un altro conto, più disincantato. Immaginando che lo Stato italiano non potesse permettersi la chiusura dell’alluminio in Sardegna ne ha deciso la chiusura, solo perché certa che avrebbe portato a casa, com’è avvenuto, l’impegno dello Stato a farle pagare l’energia un terzo di ciò che costerà alle altre imprese italiane. Se Tremonti agli elogi dello Stato non fa seguire interventi più penetranti, è solo perché grazie al cielo non può spendere.
Nella ripresa che stenta, i politici non si convincono certo che il ritorno allo statalismo è un errore con le citazioni di Adam Smith e Luigi Einaudi. Massimo D’Alema ha già annunciato che la parentesi neoliberista della sinistra italiana è da considerarsi definitivamente chiusa. C’è solo da augurarsi che i leader maggiori del centrodestra non lo seguano, in tale deriva. Perché un errore era nel mondo diviso in due dal comunismo, e un errore resta nel mondo attuale, diviso tra chi ha tecnologie e chi invece ha risorse energetiche o eccesso di risparmio e bassi costi.
In questi mesi abbiamo finalmente imparato che la debolezza di un Paese non si misura più solo in termini di punti di Pil espressi dal suo debito pubblico: il criterio che ci esponeva come Italia alla diffidenza universale. A quella grandezza, bisogna aggiungerne altre quattro. Il debito sul Pil delle famiglie. Il debito sul Pil delle imprese bancarie e finanziarie. Quello delle imprese non finanziarie. E la posizione complessiva del Paese sull’estero, in termini di bilancia di pagamenti e cioè di flussi finanziari, e di bilancia commerciale, cioè di beni e servizi reali. In tutte e quattro queste grandezze aggiuntive - quelle in cui l’Italia sta messa meglio di molti altri Paesi e per cui non siamo esposti ai «venticelli greci» - a contare è la salute del settore privato, non dello Stato molto indebitato in passato - come da noi - o troppo in via d’indebitamento oggi - tutti gli altri.
Ma se ciascuno di questi nuovi parametri è privato, allora chi punta a più Stato sbaglia tutto. Perché tutto ciò che pretende che il privato non faccia renderà meno forti le quattro voci aggiuntive, e più debole ancora la vecchia voce del debito pubblico. Dovrebbero pensare a questo i politici, prima di copiare una politica statalista senza avere l’Armata popolare con cui a Pechino si fa a meno di libere elezioni e dei voti del contribuente.
Tags: Alcoa, crisi, economia, Europa, francia, Grecia, marchionne, pdl, petrolio, Renault, Total
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