Obamite in corso
Abbiamo voluto la globalizzazione? Certo, ed è stato un bene, per molte cose. Ma non potevamo pensare di farla completamente franca e di non dover pagare, prima o poi, qualche prezzo. Dopo la grande crisi, che forse è stato finora il più alto, ora dobbiamo scontare la confusione, che è globale appunto. Ci sono giorni che sembra di trovarsi all’assemblea di un megacondominio in cui non è stato ancora trovato l’amministratore e neanche deciso chi fa il segretario e tiene il verbale. Prendiamo questa vicenda surreale della mercede dei manager. A conclusione dell’annus horribilis Super Obama ha cominciato a fare la voce grossa perché aveva bisogno di far rientrare i dollaroni investiti per salvare le banche, altrimenti avrebbe dovuto cercare qualcuno che corresse a salvare lui. E, ovviamente, ha subito capito di avere una straordinaria arma di pressione nei confronti di quei volponi dei banchieri se avessero cercato di fare ancora una volta i furbi: il comprensibile astio dei tanti americani prostrati dalla crisi contro gli stipendi da sogno e i bonus da botox (sembra che il ritocchino sia tra le prime spese fatte con i megapremi). L’argomento è diventato popolare, quindi emotivamente condizionato. Circolano le voci, a Davos si dice che il ras di Goldman Sachs, Lloyd Blankfein, prenderà un bonus da 100 milioni di dollari. Un grande settimanale come Time lo scrive. Scandalo! La banca è costretta a smentire. Mai accaduto nel mondo ovattato dell’alta finanza internazionale. Siamo al gossip retributivo.
D’accordo che siamo globalizzati, nel bene e nel male, e basta una gelida corrente proveniente dall’Atlantico per prendersi un fastidioso raffreddore. Ma non basta starnutire per poter dire che abbiamo tutti la stessa malattia. Va bene che, sotto sotto, sogniamo sempre di fare gli americani, ma abbiamo un mercato finanziario minore, aziende di ben altre dimensioni, banche di altra tradizione e manager di conseguenza. Eppure l’Obamite ha attecchito, provocando azioni e reazioni da commedia, se non si trattasse di cose serie. Nell’inchiesta di copertina di questa settimana raccontiamo che i problemi non mancano, come sanno bene gli osservatori più attenti e i manager più avvertiti. Ma non si affrontano e si risolvono con il populismo che non prevede analisi, distinzioni e riflessioni.
Ma nel megacondominio in questo momento tutti hanno da dire la loro sull’argomento. E nessuno ha un’idea chiara su quale possa essere la regola buona per tutti. Perché la globalizzazione ci sta mettendo di fronte a un’altra difficile realtà: intervenire in un Paese serve solo a fronteggiare le emergenze politiche locali. Ma i buoi scappano altrove. Come sta accadendo nella Gran Bretagna di Brown, severa con gli intermediari finanziari che si stanno attrezzando per spostarsi in Svizzera. Come gli anarchici nell’Ottocento. Solo che da lì continueranno a far girare i soldi come prima, magari trovando il tempo per fare qualche dispettuccio alla City.
E la Grecia? Deve pagare caro il debito pubblico. I suoi bond vanno a ruba anche se sono pericolosi e sembra che piacciano anche ai cinesi, che di questi tempi comprano di tutto. Ma il problema persiste. Scatta l’euroallarme. E i tedeschi che cosa dicono? Che si arrangino. Insomma, urge bravo amministratore di megacondominio, che possibilmente conosca le lingue. E non è detto che debba essere colored.
giovanni.iozzia@mondadori.it
Tags: Davos, economia, Europa, finanza, globalizzazione, Obama, Usa
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14. Il dubbio
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