Fazio, un orso tra le volpi
Non mi hanno sorpreso le dichiarazioni rese da Antonio Fazio il 13 gennaio alla seconda sezione penale del tribunale di Milano. E non sono neanche tra coloro che hanno atteggiato le labbra a sorrisi di sufficienza, rafforzando la propria opinione di colpevolezza dell’ex governatore della Banca d’Italia. Minoranza ero, nel commentare le scalate del rovente 2005, e minoranza resto di fronte ai processi che ne sono seguiti. Da giornalista, ho accumulato faldoni di materiale e macinato centinaia di ore di colloqui con i protagonisti di quelle vicende. Anche con Fazio. E con Giovanni Consorte. La tesi centrale dei pubblici ministeri è che la concomitante scalata della Lodi su Antonveneta e di Unipol su Bnl rispondesse a un unico disegno. E avesse un unico regista: appunto il banchiere centrale, Fazio. Tutto ciò che ho esaminato, seguendo le richieste autorizzatorie preventive a salire nel capitale delle due banche, ad accrescere il proprio patrimonio di vigilanza, fino alle offerte pubbliche di acquisto, non suffraga affatto che la contestualità temporale dipendesse da un unico intreccio, né che fosse ordita d’intento e scandita dalla Banca d’Italia.
Dubito che i giudici addivengano a queste conclusioni. Poiché la tesi dell’accusa s’incardinò su un potente impulso proveniente da gangli essenziali del potere reale. Il fattore decisivo fu la scalata di Ricucci a Rcs, determinò uno scatto verso l’alto dell’autodifesa dei quattro patti di sindacato banco-assicurativi-editoriali che in Italia contano, di fatto, più degli altri. Tremonti da anni aveva puntato il suo microscopio sull’opacità delle autorizzazioni richieste «all’orecchio del governatore». Ma le indagini e l’ipotesi della regia unica scattarono allorché da Guido Rossi a Montezemolo, da Abete a Rutelli, una bella fetta di potere si ritrovò unita nel sostenere tre cose diverse.
La prima era che gli «immobiliaristi» non avevano i giusti quarti di nobiltà, a parole, ma soprattutto nella realtà non potevano scalare banche ed editoriali di pertinenza bancaria, visto che alle stesse banche dovevano tutto, poiché grazie ai loro crediti avevano gonfiato il valore dei propri portafogli immobiliari. La seconda, sostenuta da accademici ed editorialisti economici di grande presa, era che l’ingresso degli olandesi di Abn e degli spagnoli del Bilbao avrebbe reso il sistema italiano meno anomalo in Europa. La terza, infine, riguardava Consorte e la sua Unipol: la contrarietà al divenire dell’assicurazione «rossa», il quarto e forse terzo polo banco-assicurativo del Paese, unì insieme la destra e i due terzi dello stesso centrosinistra.
Ma un punto c’è, nelle dichiarazioni di Fazio, sul quale vale per me la pena di soffermarsi. C’è chi pensa che abbia mentito per ridurre le proprie responsabilità, quando ha detto che Gianpiero Fiorani agì fraudolentemente nei confronti di via Nazionale e dell’allora governatore. Per la mia conoscenza dei fatti, non lo penso. Ho sempre avuto infatti, maturandola ben prima del 2005, una convinzione forte su Fazio. Uomo di forte apparato dottrinario e decisioni coraggiose in materia monetaria era, diciamo, meno provvisto di quella scaltrezza cinica che finiva per costituire invece la qualità più necessaria per un governatore, privato da Francoforte della decisione sui tassi. Nel senso che, da quel momento in avanti, a un governatore si chiede soprattutto di essere volpe più che leone, nel leggere in fondo alle pupille dei banchieri - prima ancora che dalle ispezioni di vigilanza - ciò che essi non scrivono né nei loro conti economici né patrimoniali.
Era un rischio molto forte, quando le norme attribuivano a Bankitalia una maggiore discrezionalità rispetto a oggi. Un rischio che portò a decisioni molto toste ma condivise da pezzi importanti di potere reale - come il no alla doppia Opa di Credit e Sanpaolo su Comit e Banca di Roma - e che invece ha spinto Fazio a slittare sulla frizione, quando la Lodi prese a sostituire Capitalia nel ruolo di banca «aggregatrice». Lo so bene che, nel dire questo, pochi ci crederanno, avvezzi come sono a ritenere che dietro ogni sviluppo si celino oscure manovre e torbidi complotti. Ma è la timidezza innata di Fazio, che sconfina a tratti in una vera e propria natura ursina, ciò che non gli ha reso il miglior servizio, a fronte di un vulcanico seduttore come era Fiorani, coi suoi «baci in fronte». Nell’aula penale e a fronte di un’accusa tanto grave mi sembra che se ne dovrebbe tenere conto.
Tags: antonveneta, banche, bankitalia, Consorte, Fazio, Fiorani, immobiliaristi, Tremonti, Unipol
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