Cineserie
La paura è un sentimento umano, che di solito si tenta di evitare, di rimuovere, di nascondere. Perché viene confusa con la debolezza, per un malinteso senso della forza e della sicurezza. Eppure la paura a volte può essere utile, quando risveglia l’istinto, quello «spirito animale» che viene fuori di fronte ai pericoli, nel momento in cui bisogna difendersi e, se il caso, attaccare. Rivelando risorse e capacità sconosciute.
La crisi fa paura. A tutti, ma soprattutto a migliaia di imprenditori che vedono ogni giorni presentarsi pericoli antichi e nuovi per la sopravvivenza della loro azienda. I sentimenti non si vedono nei bilanci, non emergono dalle statistiche e non si riescono a sintetizzare negli indici. Ma si sentono se si presta ascolto al ribollire quotidiano dell’imprenditorialità, alle chiacchiere che si fanno fuori dai convegni, alle confessioni fra colleghi.
C’è la paura di non riuscire a far fronte ai debiti e quella di dover licenziare; il terrore di vedere la merce invenduta e l’incubo di non riuscire ad andare avanti e di dover chiudere quella che spesso non è solo un’azienda ma anche un pezzo di vita. Ma c’è una paura forte che sembra concentrarle tutte, forse perché nasce dalla precisa individuazione del pericolo: la concorrenza straniera dei Paesi del Far East, quelli che producono low cost perché hanno regole diverse o non le rispettano affatto e invadono i mercati con prodotti dai prezzi ineguagliabili. In una sola parola: la paura dei cinesi, che vengono chiamati così anche quando sono vietnamiti o cambogiani. Tanto il problema è lo stesso. Ed è un problema vero, soprattutto adesso che il dollaro vacilla di fronte al supereuro e la Cina, quella vera, continua a crescere a ritmi impensabili per l’Occidente.
Si possono comprendere così i risultanti del sondaggio che Economy pubblica nella storia di copertina di questa settimana: il 77 per cento degli imprenditori del Nord chiede nuovi dazi per la protezione dell’industria tessile e calzaturiera italiana. Un risultato che sembra ignorare gli orientamenti dell’Unione europea, le scelte politiche degli ultimi anni e persino il reale tornaconto di tante aziende italiane che finirebbero per essere danneggiate da nuove misure protezionistiche. Ma qui si tratta di una questione di pancia e non di testa. Di una paura, appunto, che seppur irrazionale rivela una realissima situazione di pericolo.
Ora si tratta di vedere quali reazioni susciterà e quali risorse sconosciute libererà. Perché gli imprenditori che invocano difesa e protezione hanno le loro sacrosante ragioni per farlo ma non sempre hanno ragione. E non sempre lo fanno con lungimiranza. La questione ha ormai una certa letteratura, che la crisi, pur accentuando i toni, non può far dimenticare. Ci sono aziende che si sono perse accettando la battaglia dei prezzi e perdendola inevitabilmente insieme con la loro identità e aziende che, invece, hanno dimostrato quanto la vera specializzazione sia inattaccabile, anche a livello globale e specie quando è gestita con qualità e abilità. E ci sono poi aziende che sono riuscite a fare concorrenza ai concorrenti sleali puntando sull’innovazione.
La Cina rischia di diventare lo specchio deformato dei limiti e delle incapacità di una classe imprenditoriale che ha avuto, e continua ad avere, grandissimi meriti. Ma spesso fa fatica a immaginare un futuro diverso dal passato e a cambiare testa. Cosa, del resto, difficile da fare quando c’è il mal di pancia.
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