Precari, un sussidio “vero”
A metà luglio la Camera dei deputati ha approvato una mozione presentata dalla maggioranza (il primo firmatario ero io) che conteneva una proposta molto semplice: rendere strutturale l’«indennità di reinserimento», decisa dal governo ed erogata in forma sperimentale e una tantum - in misura del 20% - ai collaboratori che lavorano per un solo committente, migliorando il cosiddetto Pacchetto della previdenza minore con un prelievo aggiuntivo: sarebbe sufficiente un’aliquota dello 0,30%.
L’idea, in qualche misura, prende forma da Flex-insecurity, un saggio scritto per le edizioni del Mulino da Fabio Berton, Matteo Richiardi, Stefano Sacchi. Gli autori, andando alla ricerca del «perché in Italia la flessibilità diventa precarietà», fanno un’analisi molto interessante del mercato del lavoro. In particolare, concentrano la loro attenzione sugli effetti concreti dei diversi ammortizzatori sociali. Non è sufficiente, infatti, che l’ordinamento riconosca diritti a talune tipologie di lavoratori perché questi siano in grado di avvalersene; spesso è la barriera dei requisiti assicurativi e contributivi, necessari per accedervi, che finisce per negare la prestazione.
Nel dibattito corrente è diffusa la convinzione che basti conquistare un contratto a tempo indeterminato per mettersi al sicuro. Ma non è sempre così. Per l’indennità di disoccupazione, per esempio, sono richiesti un requisito assicurativo di due anni e uno contributivo di 52 settimane nello stesso periodo, oppure 78 giornate nell’anno di riferimento. Gli autori dimostrano che il solo vincolo assicurativo impedisce l’accesso all’indennità di disoccupazione all’8% dei lavoratori tipici, al 30% di quelli a tempo determinato, al 40% degli interinali e alla metà dei titolari di un contratto di formazione e lavoro.
Discontinuità Lavorativa. Ma l’accredito contributivo richiesto crea ulteriori problemi di accesso ai lavoratori caratterizzati da discontinuità lavorativa (cioè contratti a termine, part time, ecc.). Ai collaboratori, che sono iscritti alla Gestione separata (la nuova «gallina dalle uova d’oro» dell’Inps), è riconosciuto un pacchetto di prestazioni previdenziali non pensionistiche - come indennità di degenza ospedaliera e di malattia, di maternità, assegni familiari - finanziate con un’aliquota contributiva dello 0,50%. Prendendo in esame l’indennità di degenza e di malattia, si scopre che la prestazione economica ha un rilievo molto modesto (da 39 a 9,7 euro al giorno a seconda della contribuzione di riferimento), e che nel 2008 un quarto dei lavoratori maschi e il 40% delle donne ne sono stati esclusi per «assenza dei requisiti necessari».
Gli autori prefigurano alcune proposte di riforma dell’indennità di disoccupazione. La più semplice (e meno onerosa) prefigura un alleggerimento dei requisiti di accesso che consentirebbe di erogare il trattamento anche a coloro che sono entrati da poco nel mercato del lavoro. Per i lavoratori autonomi e quelli parasubordinati viene ipotizzata una prestazione di tipo contributivo, condizionata al soddisfacimento di requisiti specifici per un’indennità pari al 60% della retribuzione media nel periodo precedente la disoccupazione. Il costo complessivo totale dell’operazione nel 2008 è stimato pari a circa 11 miliardi a fronte degli oltre 7 miliardi della spesa attuale, con un incremento quindi dello 0,7% del Pil. L’onere sarebbe interamente finanziato attraverso la contribuzione sociale con un’aliquota d’equilibrio del 3,36% delle retribuzioni: circa un punto in più dell’aliquota che garantisce l’equilibrio attuale.
Giuiano Cazzola
* deputato del Pdl, vicepresidente
della commissione Lavoro
Tags: disoccupazione, flessibilità, lavoratori, precari
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