Unione Industriali Roma/ Meno salotti e più sostegno alle PMI

Giuliano Amato, il Dottor Sottile della stagione craxiana di Palazzo Chigi, uno dei più fini conoscitori delle trame di potere che si intrecciano tra il mondo della politica e il mondo dell’impresa (soprattutto quando il mondo dell’impresa ha per baricentro Roma, il Municipio, ora in mano al sindaco Gianni Alemanno e al centrodestra; il palazzo della Regione, ancora in mano al governatore Piero Marrazzo e al centrosinistra; il sistema delle grandi aziende pubbliche, dall’Eni all’Enel, alla Finmeccanica), gli ha fatto il più grande complimento che potesse aspettarsi.
Aurelio Regina (foto), un affabile quarantacinquenne, cresciuto tra la scuola di marketing e di public affairs delle multinazionali americane (prima Procter & Gamble e poi Philip Morris) e la scuola delle grandi relazioni diplomatiche dell’Onu, da sei mesi presidente dell’Unione industriali di Roma, eletto all’unanimità dopo la stagione dei fratelli Abete (Giancarlo e Luigi, quest’ultimo ora presidente di Assonime) inframezzata da quella di Giancarlo Elia Valori, è - come ha detto pubblicamente Amato durante la presentazione di un’indagine congiunturale sull’economia della provincia di Roma - «la persona adatta per un’intesa tra le istituzioni: un esponente di quella nuova dirigenza postideologica di cui l’Italia ha spaventosamente bisogno, uno che riesce a far quadrare quello che altri non riescono a fare quadrare».
Volete un esempio? La «delibera scavi» della nuova giunta capitolina che, sul modello dell’ormai lontano e dimenticato Piano Luce della giunta di Milano negli anni Ottanta (il piano che diede il via libera a Fastweb e alla posa della prima fibra ottica), permetterà nei prossimi cinque anni la digitalizzazione della capitale, chilometri e chilometri di fibra ottica da 100 megabyte, new generation network come si dice nel linguaggio dell’Information technology, 600 milioni di investimenti, interamente a carico dei privati, che cambieranno la vita dei cittadini e delle imprese romane e che daranno la spinta definitiva verso il sorpasso: il 10% del Pil nazionale realizzato a Milano, rispetto al 9% sulle rive del Tevere.
E sapete dov’è la novità? Come racconta a Economy Regina, cultura manageriale internazionale (è anche partner di Egon Zehnder) ed esperienza industriale nei settori del migliore made in Italy (guida un gruppo composito da 300 milioni di fatturato, aziende informatiche, della manutenzione tecnologica e il 20% di Manifatture Sigaro Toscano in società con amici imprenditori come Montezemolo, Maccaferri e il presidente dell’Enel Piero Gnudi), la novità, sta nel fatto che il piano di digitalizzazione della capitale è nato all’interno dell’Unione industriali, oggi seconda per numero di aziende e di occupati dopo Assolombarda, diventata uno degli snodi dei nuovi poteri romani. «Il progetto Roma digitale» racconta Regina «è opera di uno dei miei vicepresidenti, Stefano Pileri, direttore generale della rete Telecom. E Telecom è uno dei grandi associati all’Unione, come Terna, Eni, Enel, Finmeccanica…».

Questo vuol dire che l’Unione non è più quella subagenzia confindustriale che in passato serviva a gestire le relazioni sindacali per conto delle piccole e medie imprese del Lazio e che quindi non contava niente rispetto al vero potere delle lobby dei palazzinari e delle grandi aziende (ex) pubbliche?
Palazzinari, ministeri, boiardi di Stato, manager pubblici in relazione diretta con il loro mandante politico-governativo… Mi lasci dire che ci sono molti stereotipi in questa tradizionale rappresentazione del sistema economico di Roma.
Vuole dire che, a suo avviso, qualcosa è cambiato?
Di recente sono cambiate molte cose, molti poteri si sono appannati (a causa o grazie anche alla crisi economica che spazzerà via qualche grande gruppo industriale) e l’Unione è diventata un luogo in cui si sperimenta perfino un nuovo modello di relazione tra imprese e Pubblica amministrazione.
Quindi una nuova stanza di compensazione tra diversi poteri?
Non in questa accezione maliziosa, ma nel senso di un nuovo e diverso contributo del sistema delle imprese alla governance del Paese. La dico più chiaramente: c’è una ormai palese incapacità della politica a decidere. Noi imprenditori dobbiamo diventare come degli «agenti semplificatori», mettere a disposizione competenze, entrare nel merito dei progetti Paese, non limitarci a chiedere soldi (più o meno veri) e contributi (come in passato si chiedevano svalutazioni e defiscalizzazioni). Come presidente dell’Unione industriali, e lo dico senza vanagloria, ci sto provando. Come dico ai miei: sto lavorando per essere realmente in prima fila.
Che cosa intende dire?
Il presidente degli industriali è sempre in prima fila in tutti i convegni, in tutti gli eventi e le manifestazioni. Accanto ai politici e ai cardinali. Una prima fila per le riprese dei tg. Io voglio la prima fila, ma solo perché l’Unione è in prima fila nella soluzione dei problemi. Con le sue proposte e i suoi progetti.
Faccia qualche esempio concreto, altrimenti si scivola nella retorica.
Come Pileri di Telecom, di cui parlavo prima, tutti i miei vicepresidenti sono impegnati in progetti concreti, ciascuno nella propria area di competenza.
Può fare esempi?
Per dire, Alessandro Caltagirone, presidente Vianini industria, è a capo dell’internazionalizzazione delle imprese; Flavio Cattaneo, a.d. di Terna, ha messo a punto insieme con i manager dell’Acea un progetto per l’ammodernamento della rete elettrica della capitale, un progetto da 400 milioni di euro; Mauro Moretti, a.d. delle Ferrovie, si sta occupando di mobilità e di logistica; Luigi Zappa, d.g. di Finmeccanica, di ricerca e sviluppo; Giampaolo Letta, a.d. di Medusa, del settore audiovisivo. Progetti concreti, ingegnerizzabili, cantierabili, non report per convegni sullo sviluppo economico. È questa la vera forza dell’Unione.
Resa possibile anche dalla discontinuità dal centrosinistra al centrodestra invocata, prima delle elezioni comunali, dallo stesso Francesco Caltagirone, che oltre a essere uno dei membri della sua giunta è il vero intramontabile «re di Roma», gran costruttore e grande azionista di Acea. O no?
Caltagirone è una grande risorsa di Roma e dell’Italia e ha, secondo me, un disegno strategico molto più ampio che supera di gran lunga i confini della Capitale e che passa non solo dall’edilizia, ma anche attraverso l’energia e i servizi finanziari. Per questo è diventato uno dei protagonisti della partita Acea .
Ecco perché Alemanno si è preso tanto a cuore i disegni di Caltagirone per Acea al punto da far nominare come a.d. Marco Staderini, sodale di Casini…
La partita Acea è molto complessa, dai risvolti nazionali e internazionali su cui il governo non può chiamarsi fuori. Dal suo punto di vista, il sindaco di Roma, come azionista di maggioranza di Acea, dovrà dimostrare di sapere gestire bene questa importante sfida, assolutamente centrale per la crescita dell’economia della città.
Il sito di gossip politico Dagospia lo ha ribattezzato il sindaco «Retromanno», insomma un attendista. Se si pensa che era partito con quell’idea della Commissione Attali in versione romana…
Al suo posto c’è stato Marzano che ha fatto un buon lavoro di ricognizione delle varie progettualità esistenti: 140 schede con alcune idee apprezzabili come il trasferimento dei policlinici e degli ospedali fuori dal centro storico intorno al raccordo anulare.
Un bel libro dei sogni.
E infatti per dare un senso a tutto questo Alemanno ha convocato per l’autunno gli Stati generali dell’economia: a un anno dalla sua elezione, da quel politico accorto che è, sa che deve cominciare a presentare qualche risultato concreto.
Ma di concreto, al momento, c’è solo la legge su Roma capitale, che mette al sicuro il bilancio del Comune con la sua dotazione di 500 milioni di euro.
Complimenti al sindaco Alemanno che è riuscito a ottenere dal governo Berlusconi questa dotazione. Però…
Però?
Però sa perfettamente che la vera partita si giocherà su diversi campi come la liberalizzazione dei servizi pubblici e la gestione delle municipalizzate, le infrastrutture e la loro ordinaria manutenzione, la sicurezza e la gestione dei rifiuti soprattutto dopo le dichiarazioni del presidente del Consiglio su Roma sporca come una città africana.
Ma attaccare il «nodo rifiuti», per la giunta Alemanno, significa intaccare il monopolio di Manlio Cerrone, il padrone della discarica di Malagrotta, al centro di mille scandali. O no?
Su questo fronte, da cittadino romano, mi auguro che il sindaco Alemanno e il presidente della Regione Marrazzo agiscano insieme per ottenere il risultato di avere Roma pulita, anche attraverso la liberalizzazione della gestione di questo grande business.
L’idea è quella di mettere insieme Ama, Acea e consorzi regionali e cancellare lo scandalo di Malagrotta. Ma nel frattempo Marrazzo non deve chiudere il buco miliardario della Sanità?
Ci sta provando con una serie di tagli, che ancora non danno i risultati sperati. Su questo il presidente Marrazzo si giocherà la rielezione. La mia idea è che occorra un profondo ripensamento del rapporto pubblico-privato, attivando una sana competizione tra le diverse strutture per fare emergere quelle che garantiscono la maggiore qualità ed economicità delle prestazioni.
È un bel manifesto liberista. Peccato che nella Sanità i privati preferiscano il monopolio. E quando il monopolio è a rischio, allora si vende. È il caso del gruppo Angelucci, per esempio.
Ho letto qualcosa sui giornali. Posso aggiungere solo che la crisi finanziaria nella Sanità, come in altri settori, sta mettendo fuori gioco molte imprese. Anche grandi, che hanno problemi di forte esposizione col sistema bancario. La conseguenza è che il panorama dei poteri forti nella capitale sta cambiando radicalmente. Così come stanno cambiando le vecchie relazioni tra banche e imprese.
Tanto per fare un esempio di gruppi imprenditoriali superindebitati possiamo citare il gruppo Lamaro dei fratelli Toti, quelli della Fiera-flop di Roma.
Non parlerei di flop tout court, però sono d’accordo sul fatto che la Fiera di Roma è stata un progetto realizzato in ritardo e con gravi carenze infrastrutturali e di mobilità che andranno immediatamente sanate.
Chi l’ha deciso che la nuova Fiera doveva sorgere proprio lì, sui terreni dei Toti, e il nuovo stadio sui terreni del costruttore Mezzaroma?
Sulla Fiera non mi interessa chi l’ha deciso. L’unica cosa che mi preme sottolineare è che l’Unione industriali sostiene solo i progetti che hanno un piano industriale adeguato, che sono trasparenti e utili alle imprese, soprattutto piccole e medie. Il resto non ci interessa.

Di Giuseppe Corsentino

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