Scontro su Acea/ Una scossa che vale mezzo miliardo di euro

2504826453_d11faec4e9_m.jpg Esattamente un secolo fa, nel 1909, con un referendum popolare «accolto con grande partecipazione e passione dalla popolazione», come si legge nelle cronache dell’epoca del Messaggero, i romani approvarono a larghissima maggioranza la scelta del sindaco Ernesto Nathan (ebreo, massone, anticlericale, progressista, il primo eletto che non proveniva dalle file dell’aristocrazia nera) di rompere il monopolio della vecchia Società Anglo Romana (Sar) e di creare la prima azienda comunale per l’elettricità e l’acqua, quella Acea che oggi, con più di 3 miliardi di euro di fatturato, 5 mila dipendenti e intrecci azionari con il colosso Suez-Gaz de France, è una delle principali multiutility del Paese, ai primi posti nella distribuzione di energia elettrica e prima assoluta in quel business del futuro che è la distribuzione dell’acqua e la gestione degli acquedotti. Questo accadeva un secolo fa, quando una giunta, che oggi si definirebbe di sinistra, gettava le basi di un’azienda che, come scrive lo storico Stefano Bettalossi, «ha rappresentato un fattore decisivo per la crescita e la modernizzazione dei servizi pubblici della capitale».
A un secolo di distanza, c’è da chiedersi, a ridosso del centenario che la nuova Acea si prepara a festeggiare proprio in queste settimane, se i romani approverebbero, ammesso che ci fosse un referendum, la decisione del sindaco Alemanno di liquidare, come ha fatto tre mesi fa, tutto il vertice di Acea, dal presidente Fabiano Fabiani all’a.d. Andrea Mangoni, un manager di lungo corso (ex Banca Mondiale) e di lunga esperienza in azienda (in Acea dal 1996), uno che ha firmato l’ultimo bilancio con i seguenti risultati: +21% di ricavi (a 3,1 miliardi di euro), +19% di margine operativo (a 623 milioni), +13% di utile netto (a 187 milioni di euro), e al tempo stesso la decisione, sempre di Alemanno, di fare saltare gli accordi con il secondo azionista Suez-Gaz de France (con una quota del 10%) allo scopo di favorire le strategie e i «desiderata» del terzo azionista (con una quota del 7%), il supercostruttore, superfinanziere e supereditore Francesco Gaetano Caltagirone. Che ha subito indicato al posto di Mangoni un antico sodale del genero Pier Ferdinando Casini, quel Marco Staderini che si ritrova nei più diversi consigli d’amministrazione, dalla Lottomatica pubblica alla Rai, sempre con l’imprinting dell’Udc.

lottizzazione. Detta così, sembra la solita storia di lottizzazione politica e di spartizione di potere, di un grande potere, bisogna aggiungere, perché l’Acea a Roma è tutto: 5 mila posti di lavoro, appalti, subappalti, insomma il pezzo più pregiato dell’economia della città.
Ma se si riflette un attimo sul fatto che, per sostituirne il vertice, Alemanno si è scontrato con il suo assessore al Bilancio, Luigi Castiglione, non ha esitato a mettere a rischio l’alleanza, questa sì strategica, con Gaz de France, che controlla il socio storico dell’azienda romana, Electrabel (il giorno delle dimissioni di Mangoni, Acea ha perso d’un colpo quasi il 10%), e a rimettere in discussione un piano industriale, preparato da Mangoni e approvato dal vecchio consiglio d’amministrazione.
Il piano avrebbe fatto di Acea il primo distributore di energia e di gas (incorporando la Romana gas con i suoi 3 mila chilometri di rete conferita dal socio francese nell’ambito di una riorganizzazione delle partecipazioni e dei business con Electrabel) e il nuovo piano industriale (ancora non approvato), su cui hanno lavorato Mediobanca, advisor di Acea, e Rothschild, advisor del Comune, rischia di indebitare Acea per altri 500 milioni di euro (che si aggiungerebbero agli attuali 1,8 miliardi di debiti) solo per rilevare il 50% di Romana gas.
Ecco, se si riflette su tutto questo e magari sul fatto che perfino uno dei nuovi consiglieri d’amministrazione nominati da Alemanno, l’economista Geminello Alvi, liberista e tradizionalmente vicino al centrodestra, ha preferito dimettersi, dopo neanche un mese, votando contro la nomina di Staderini e con un intervento assai duro sulle manovre di potere del Campidoglio e dei suoi amici costruttori, allora si capisce bene che la partita Acea va ben al di là di una normale vicenda di spoil system all’italiana e della riscrittura di un piano industriale.
La partita, come suggerisce inequivocabilmente il testo dell’ultimo intervento di un consigliere non sospetto come Alvi (che ha preferito non rispondere alle domande di Economy), è la perdita di autonomia del management, la sua subalternità a disegni e a interessi esterni all’azienda, in un momento in cui i grandi player dell’energia, in Italia e in Europa, disegnano strategie, ruoli e specializzazioni sul mercato.
Eccoci arrivati al punto. Acea ha una posizione di forza nel mercato dell’acqua, una buona nel mercato della distribuzione elettrica (con 1,6 milioni di clienti-famiglia acquisiti a suo tempo dall’Enel), ma un ruolo marginale nel gas (la rete è stata sempre in mano a Romana gas di proprietà dell’Eni) e nella generazione (con una quota del 15% di Tirreno Power, qualche altra centrale secondaria e qualche parco eolico). Il management ne è consapevole e da anni prova a mettere insieme la vendita di energia con la vendita di gas, la rete elettrica con i tubi del metano. E da anni prova a convincere l’Eni a creare una joint venture Acea-Romana gas.
Invano, finché non cambia uno degli attori in campo: Eni cede il controllo di Romana gas (che ha la concessione più grande d’Europa, 4 milioni di utenze nella capitale) a Suez-Gaz de France (in cambio dell’acquisizione della belga Distrigaz) che, attraverso la controllata Electrabel, è il socio industriale storico della multiutility romana. Per essere più precisi, Acea ed Electrabel controllano con pesi e quote diverse le tre voci chiave del business dell’energia: la produzione (le centrali) in cui Acea pesa per il 30% del fatturato, il trading (la compravendita di kilowatt) in cui Acea pesa per il 50% e, infine, la vendita (ai clienti finali, cioè le bollette) che invece rappresenta la quota più rilevante per Acea, il 60%. Ed è proprio quest’ultima voce, la vendita, quella che assicura la contribuzione più alta al bilancio della multiutility. Per dirla più semplicemente, il socio franco-belga conta di più nella produzione (al 70%), ha lo stesso peso nel trading (il 50%), ma conta molto meno nella vendita di energia (il 40%).
Da qui il progetto dell’a.d. Mangoni e del suo staff (che lo ha seguito immediatamente sulla strada delle dimissioni non appena ha capito che aria tirava dalle parti del Campidoglio) di ridurre il peso di Acea nell’attività di trading (dal 50 al 40%) e di uscire dall’attività di produzione (le centrali) per concentrarsi sulla vendita di luce, acqua e gas (grazie al conferimento da parte di Suez-Gaz de France di Romana gas). Come a dire: zero produzione elettrica (che è un mestiere di titani, che richiede investimenti colossali e ha rischi altissimi), un po’ di trading e tanta, tantissima attività commerciale, quella che permette ad Acea di fare cash flow e buoni margini.
Con un vantaggio in più: nel piano Mangoni il controllo di Romana gas (che avrebbe fatto di Acea il più grande distributore di gas in Italia) sarebbe avvenuto con un’operazione «carta contro carta» (il 30% di Acea produzione e il 10% di Acea distribuzione) e un conguaglio in denaro infinitamente più basso rispetto ai 500 milioni di euro di esborso previsti nell’ultima ipotesi di compromesso dell’advisor Mediobanca dopo lo scontro tra la giunta Alemanno e gli azionisti francesi di Acea, talmente in collera da sollecitare nei confronti del Campidoglio un intervento diretto del governo.
Intervento che deve esserci stato, e pure pesante, se si leggono in controluce le parole del ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, in risposta a una interpellanza del Pd. «L’alleanza con i francesi rappresenta un’opportunità di cooperazione industriale nel settore dei servizi pubblici locali… In particolare, tale operazione (l’integrazione in Acea di Romana gas, ndr) presenta le caratteristiche di un’alleanza strategica che pone le basi per uno sviluppo della rete, dando seguito agli impegni assunti a livello internazionale (la cessione di Romana gas dall’Eni a Gaz de France, ndr)».

Il terzo azionista. Sembrerebbe una sonora smentita del sindaco Alemanno e soprattutto dell’altro socio forte di Acea, Francesco Gaetano Caltagirone, che, probabilmente, aveva immaginato una presa di potere rapida e indolore dell’azienda più ricca e più importante della capitale: eliminando il vecchio management, marginalizzando il peso industriale dei francesi. E questo anche perché l’agenda energetica del governo ha visto recentemente una serie di «entente cordiale» tra Roma e Parigi, soprattutto sul terreno della produzione nucleare.
Solo che al punto in cui si era arrivati, con i francesi pronti a fare sfracelli in Borsa, non c’era altra via che una soluzione di compromesso. Innanzitutto una valanga di quattrini nelle casse di Suez-Gaz de France: 500 milioni di euro cash per il 50% di Romana gas (valutata un miliardo nel deal Eni-Distrigaz). E per il resto, tutto come prima del ribaltone di Alemanno: Acea al 30% nella produzione e al 50% nel trading. Costretta quindi a dividere con i francesi i margini commerciali e a sostenere, per la sua parte, gli enormi investimenti che richiedono la manutenzione e la costruzione delle centrali.
Forse un prezzo troppo alto per ripagare l’interessatissimo endorsement a favore del terzo azionista della più importante azienda romana che tra qualche settimana festeggerà il centenario. Auguri, Acea!
Di Giuseppe Corsentino

nella foto: Ing. Marco Staderini , nuovo AD di Acea

Tags:

Commenti

Scrivi una risposta:

Devi fare log in per scrivere una risposta.