Saverio Moschillo/ Abbiamo portato i punk in passerella

images.jpg Ha contribuito alla singolare evoluzione dei vestiti punk: da capi di denuncia-provocazione a veri e propri elementi di culto, degni delle passerelle più esclusive. Saverio Moschillo, amministratore delegato della John Richmond, in poco più di un decennio ha scalato i vertici della moda internazionale facendo leva su giovani e meno giovani. Piglio fermo e battuta tagliente, fermamente deciso a non dichiarare la sua età, Moschillo, figlio di piccoli agricoltori di Ariano Irpino, alle porte di Avellino, è stato per anni snobbato dai suoi «colleghi».
Ma un fatto è certo: ha saputo trasformare uno stilista pressoché sconosciuto, l’inglese John Richmond, ancora oggi suo socio al 50%, in un’icona dello stile. Creando una casa di moda che l’anno scorso ha realizzato un giro d’affari di 360 milioni di euro, per due terzi destinato all’export, con 1.090 dipendenti.

Come ha conosciuto John Richmond, il suo socio?
Avevo visto alcune sue creazioni e decisi di cercarlo. Era il 1987, a Londra. E la sintonia è stata pressoché immediata.
C’è chi vi accusa di avere uno stile troppo aggressivo…
La nostra immagine è aggressiva, non lo stile. Le collezioni sono a misura dei giovani di tutte le età.
Chi sono i vostri concorrenti?
Le principali griffe italiane… Con una differenza, però.
Quale?
I nostri prezzi sono inferiori del 20-30% e, ora che li abbiamo abbassati, anche di più. A parità di qualità.
Come sta andando il 2009?
L’abbigliamento è in perdita con un calo del 22% nel primo trimestre. Bene gli accessori: +38%.
A cosa si deve questa impennata?
Hanno prezzi più abbordabili, alla portata di molti. Tanto che vorrei lanciare una rete di negozi dedicata. Oggi valgono il 70% del fatturato.
A quando l’esordio?
È prematuro parlarne, ma ci stiamo lavorando.
E gli altri negozi?
Le aperture procedono. Ai primi di maggio abbiamo inaugurato un monomarca a Londra, nei pressi di Oxford Circus, e a luglio toccherà a Parigi, vicino all’Eliseo.
Si parlava anche di New York…
È vero. Entro la primavera 2010 aprirò una vetrina sulla Fifth avenue. Ma fare soldi sarà un’utopia. I costi sono eccessivi.
Colpa della crisi?
Con la crisi è peggio: la perdita è assicurata. E vale per tutti.
Eppure il peggio dovrebbe essere alle spalle. Lei ci crede?
Il fondo sarà stato toccato, ma uscirne non sarà facile. L’unica consolazione è che l’Italia mi pare messa meglio di altri.
Quali sono i mercati su cui vuole puntare?
Sembrerà banale, ma alla fine scommetto sulla Vecchia Europa. Il Far East mi ha deluso. E parecchio.
Avrebbe dovuto aprire 14 negozi in Cina entro il 2010. Ci ha ripensato?
Ne ho aperti tre, in partnership con il gruppo Richard Lee di Hong Kong, e per ora basta così.
Per quale motivo?
I conti non sono quelli che mi aspettavo. Niente perdite, però…
Ci sono altre aree che le stanno dando dei dispiaceri?
Dubai. Non credo che sia l’Eldorado di cui tutti parlano. Alla fine abbiamo aperto due negozi, anziché sei, e dubito che faremo di più.
Il 100% delle sue collezioni è made in Italy?
Sì, assolutamente.
Produce tutto alla Falber di Forlì?
È la nostra struttura produttiva. Ma mi avvalgo anche di una quarantina di terzisti, rigorosamente italiani.
In azienda niente sindacati. È vero?
Verissimo. E pensare che siamo nella rossa Romagna!
Non le pare strano?
Evidentemente non se ne sente il bisogno.
C’è chi dice che delocalizzare è l’unico modo per restare sul mercato…
Non sono affatto d’accordo. E, poi, se me ne andassi a produrre altrove, dovrei mandarci pure i miei modellisti e tecnici e mi costerebbe un occhio della testa tra hotel, viaggi e chissà cos’altro. Non solo…
Che altro c’è?
Molte case si ostinano a presentare collezioni su collezioni. Non ne vedo l’utilità. Basta rispettare il calendario tradizionale: primavera-estate e autunno-inverno. E il risparmio è assicurato.
Lei lo fa?
Certo. Niente precollezioni, assortimenti «cruise» o altre diavolerie.
Ha deciso di tagliare i listini 2009 del 20%. Perché?
È una misura anticrisi concreta. Dobbiamo preservare le quote di mercato.
Non basta quanto è stato fatto dal governo?
Non direi proprio. Anche perché per il tessile-abbigliamento non è stato fatto nulla.
Però i campionari sono stati defiscalizzati.
È stata sancita l’apertura del credito d’imposta per la ricerca e lo sviluppo ai campionari di settore. Ma il risparmio sulle imposte sarà inferiore al 10%.
Meglio di niente. Non crede?
Diciamo allora che non è sufficiente. Tanto più che un’altra norma sta mettendo a dura prova tutte le industrie.
Di che si tratta?
Riguarda la nuova soglia di deducibilità degli interessi passivi, pari al 30% del risultato operativo lordo (una misura introdotta con la Finanziaria 2008, che fa sentire ora i suoi primi effetti, ndr). Prima era del 100%.
E quindi?
Stiamo facendo i conti in questi giorni, ma temo che sarà una «mazzata».
L’obiettivo era contrastare il ricorso eccessivo all’indebitamento. Non le pare giusto?
In teoria, sì. Peccato che la crisi economica abbia fatto precipitare la situazione. Con il risultato che ci sarà un aggravio della pressione fiscale. C’è chi teme che l’Ires possa raddoppiare.
Che cosa suggerisce?
Quella soglia va rivista al rialzo.Non è il caso di porre limiti così stringenti in questo momento.
Torniamo ai prezzi. Il taglio del 20% si farà sentire sui conti?
Non è detto. Incasseremo meno, è ovvio. Ma lavoreremo sui costi interni per eliminare eventuali inefficienze. Dovremmo riuscire a pareggiare i conti.
Come?
Niente passerelle o feste sfarzose, per esempio. O, ancora, testimonial dagli ingaggi multimilionari.
Ha tagliato i budget pubblicitari?
No, quelli no. Investo in pubblicità il 10-12% del fatturato, anche il doppio rispetto ai competitor.
E ne vale la pena?
Certo. Non si costruisce un marchio senza un battage pubblicitario adeguato.
Lei è vicepresidente della camera della moda. Come giudica la rivalità tra Milano e Parigi?
Ma quale rivalità! Tra noi c’è una collaborazione serrata.
Peccato che a gennaio le sfilate uomo milanesi siano state accorciate per favorire Parigi…
Non è così. Si è optato per quattro giorni anziché cinque perché la crisi ha imposto una sobrietà maggiore. La verità è un’altra…
Quale?
C’è gente che parla troppo.
Chi?
Io non faccio nomi. Dico solo che le polemiche sono fuori luogo e ne va della credibilità del made in Italy. Bisogna tornare a fare squadra.

Z.K.

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