Proprietà privata, «libera» edilizia
Il piano casa del governo è stato salutato dall’opposizione con grande scetticismo. Un grande urbanista come Marco Romano ha parlato di «rivincita dei costruttori». Mi rendo conto che ad alcuni il piano casa possa sembrare una bizzarria, in un Paese come l’Italia in cui l’80% delle famiglie abita in un immobile di proprietà e in cui vi è stata abbondante cementificazione nell’ultimo quarto di secolo, per un paio di generazioni. Ma il piano casa non è un lasciapassare per l’anarchia edilizia. Al contrario. Esso consiste di una serie di misure che possono essere messe tutte a fattor comune, in un’ottica di valorizzazione della proprietà privata.
Da una parte, infatti, la liberalizzazione edilizia, così fortemente voluta da Silvio Berlusconi, non consiste in altro che in un pieno ed effettivo riconoscimento dei diritti di proprietà delle persone. Essa significa ammettere che il proprietario di casa può svolgere sul suo le attività che preferisce. Mi rendo conto che parlare di proprietà privata in Italia è una eresia. La si è demonizzata dal punto di vista concettuale, come sinonimo di nemica del bene collettivo. Una panzana marxista, cui si oppone l’idea dell’economia sociale di mercato che valorizza nell’ottica del bene della persona la proprietà diffusa di ogni famiglia. Ed è un principio liberale, che deve trovare ovvio e certo limite nel rispetto dell’ambiente e del paesaggio. Riaffermarlo non significa cercare solo uno stimolo all’economia.
Significa anche cogliere l’occasione del momento, per ripristinare un pieno rispetto dei diritti di proprietà sugli immobili e sulle case. Usciamo da un’epoca nella quale la parola edilizia era pressoché inevitabilmente associata alla parola pianificazione. È bello e opportuno riconoscere
finalmente alle persone un diritto pieno su ciò che è loro. Nel rispetto di un analogo diritto degli altri.
L’altro pezzo del piano casa ha a che fare con la vendita degli alloggi Iacp. Questo è un provvedimento importante, meditato da anni in ambiente ora vicini al governo. È un’idea molto cara al ministro Renato Brunetta. Si vendono le case popolari per cercare di aiutare chi ci sta dentro. C’è un tema di raccolta dei fitti, divenuta via via più difficile per una serie di motivi. Da una parte, l’allocazione politica degli alloggi a cura delle amministrazioni locali. Dall’altra, il degrado degli ambienti urbani in cui le case sono collocate. Questo non è un fenomeno del tutto slegato dalla proprietà di quegli stessi immobili. Il fatto di occupare una casa pubblica, da cui nessuno li sfratterà, rende gli inquilini meno attenti alle sue condizioni. È un fatto istintivo. Il degrado è aiutato dall’assenza di diritti di proprietà chiaramente definiti. Il padrone - cioè lo Stato o i governi locali - è assente. L’inquilino abita un appartamento del quale si sente padrone ma non responsabile. Farlo diventare proprietario della casa in cui vive permette di superare il problema. Mantenere l’immobile decoroso diventa una sua priorità: se esso perde valore, lui stesso s’impoverisce.
Ma rendere proprietari gli inquilini di case Iacp potrebbe avere anche altre conseguenze. La casa può essere il primo mattone di un capitale. Può essere una sorgente di risparmio. Può diventare ciò che si impegna, vendendola o ipotecandola, per avviare una nuova attività economica.
Trasformare gli inquilini in proprietari significa dargli un plafond di possibilità economiche. Vuol dire investire sulla loro crescita futura. Vuol dire pensarli come protagonisti attivi della vita economica. E vuol dire fare stimolo dell’economia nel modo più trasparente. L’edilizia è un settore
vitale dell’economia: si moltiplicheranno lavori e «lavoretti», creando così un notevole indotto. Ma soprattutto si incentiva la creazione di capitale da parte degli ex inquilini. Si portano nuove persone all’interno del circuito virtuoso dell’economia. In questa chiave è un segnale molto positivo il parere favorevole della Commissione europea. Berlusconi esporta idee, e questo migliora l’immagine dell’Italia, le merci seguiranno…
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