Le contromisure alla crisi/ Torino è rimasta ferita: questo welfare non ha futuro
Sergio Chiamparino non è quel tipo di sindaco del centrosinistra che per salvarsi l’anima e avere i facili applausi della sua parte politica se la prende con Silvio Berlusconi e con il governo. Eppure Berlusconi e il governo gli hanno tagliato 100 milioni di Ici e per il bilancio di un Comune che ha debiti per oltre 3 miliardi, frutto di una stagione intensa di investimenti, sono un bel problema.Chiamparino è un sindaco che conosce le leggi durissime dell’economia, che ha visto Torino cambiare pelle, dalla città fabbrica della sua giovinezza, quando frequentava Potere operaio e leggeva i Quaderni rossi di Tronti e Asor Rosa, alla città dell’hi-tech, del design, del Politecnico, del cinema e del turismo enogastronomico.
Chiamparino non indulge mai, proprio mai, alla demagogia. Non l’ha fatto neanche davanti alle bare dei sette operai morti alla Thyssen. Ma sulla faccenda della Motorola, che sotto i colpi della crisi ha abbandonato la città di punto in bianco, licenziando oltre 300 persone, il «compagno» Chiamparino non vuole fare sconti a nessuno: né agli americani che hanno beneficiato dei fondi dell’Unione europea né al governo che non risponde ai suoi appelli. Perché, come argomenta in questa intervista a Economy, il caso Motorola è significativo tanto quanto il caso Thyssen e se la politica non sarà capace, proprio in questa fase di depressione, di imporre la sua agenda riformista all’economia; se non sarà capace di cambiare il suo «modello di business», allora, dice Chiamparino, «non capisco davvero tutti i ragionamenti del ministro Tremonti sull’economia sociale di mercato e le sue dotte citazioni papali contro l’avidità e il capitalismo senza cuore».
Che cosa ha scritto a Tremonti?
Gli ho scritto senza toni lamentosi o rivendicazionistici. Il caso Motorola, dal punto di vista occupazionale, si risolverà. Ci sono altre aziende pronte a subentrare. Ma non è qui il punto.
E dov’è allora?
Il punto è che, in poche ore, in un lontano quartier generale di Chicago un amministratore delegato ha deciso di chiudere le attività di ricerca in Europa (e sono quasi tutte qui a Torino) e di spostarle in Oriente e in Sud America.
Ma sono attività in perdita…
Vero, ma proprio per questo dico che è venuto il momento di ragionare, tutti, su un sistema che oggi può permettersi di buttare a mare 300 ingegneri e di scaricare il problema sociale (ripeto: per fortuna non tragico) sulla politica. Su questo punto mi sarebbe piaciuto avere il ministro Tremonti al mio fianco.
Per andare a parlare con i boss della Motorola a Chicago?
Il presidente francese, Nicolas Sarkozy, quando il colosso siderurgico indiano Mittal ha comprato Arcelor, è volato a Delhi, insomma ha fatto sentire ai manager della multinazionale le parole della politica. Mi sembra un tema che sta a cuore a Tremonti, o mi sbaglio? Quanto al viaggio a Chicago, sto trovando i canali giusti per un incontro non inutile con i vertici della Motorola. Magari con il ministro dell’Industria, Claudio Scajola.
Non è che ne sta facendo una battaglia personale?
Non l’ho fatto con la Thyssen quando tutti gridavano «mai più un’altra Thyssen» e solo quest’anno i morti sul lavoro sono stati più di mille. Se la Thyssen ha riportato all’attenzione la condizione operaia, del lavoro manuale, la Motorola ci riporta alla necessità di ripensare l’ingegneria del welfare e dell’impegno pubblico in economia.
Sia più chiaro.
La manovra anticrisi del governo è solo un mix di pannicelli caldi. Qualche soldo in più per la cassa integrazione, qualche briciola per gli outsider, precari e non garantiti, un po’ di pubblica carità una tantum per gli anziani e le fasce sociali più deboli.
Però i quattrini non ci sono.
Non ci sono per finanziare un welfare imponente e ingiusto, figlio di un’altra epoca. Ma ci saranno se si saprà essere lungimiranti e trasformare questa crisi in opportunità.
Questi sono slogan.
Nient’affatto. Ridisegnare il mercato del lavoro dando qualche garanzia in più ai precari e tagliandone qualcuna agli ipergarantiti non è uno slogan, ma una riforma possibile. Cambiare il mix dei prodotti e delle fonti energetiche, più sole e meno gas, produrre nel rispetto dell’ambiente, per esempio.
Magari cominciando dalla Fiat. Glielo dice lei al suo amico Sergio Marchionne quando giocate a scopa in corso Marconi?
L’ultima partita risale all’autunno. Marchionne perde spesso a scopa, ma sul futuro dell’auto ha in mano le carte giuste e credo che alla fine sarà tra i vincitori della partita. Batterà la crisi.
Approfittando della crisi, lei risistema il bilancio del Comune. Il centrodestra l’accusa di avere un debito di 3 miliardi, di essere esposto per cifre impressionanti con i derivati e, infine, di voler nascondere la polvere sotto il tappeto di una nuova holding comunale.
Rispondo con ordine. Il debito di 3 miliardi è frutto di anni di investimenti. Basti ricordare le Olimpiadi. L’esposizione in finanza derivata non supera i 100 milioni. Quanto alla nuova Fct, Finanziaria Città di Torino, si tratta di una holding a cui conferiremo le partecipazioni che possono essere vendute o valorizzate: per esempio il 20% della Centrale del latte, il 38% della Sagat che gestisce l’aeroporto di Caselle, l’11% delle quote in eccesso di Iride. Ho chiesto ad Alfonso Iozzo, ex Sanpaolo ed ex Cassa Depositi e Prestiti, di guidarla. Un manager al di sopra di qualsiasi sospetto. Che ha il compito di trovare così 400 milioni.
Di Giuseppe Corsentino
Tags: Dossier Piemonte
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