Dai, Trichet: dacci un taglio

get_photo-63.jpg La crisi bancaria e finanziaria, anche se tamponata dai giganteschi interventi degli Stati, si sta ormai trasmettendo all’economia nel suo complesso e perciò la recessione non è più un timore per vari Paesi industrializzati, ma una realtà. Secondo le più recenti stime del Fondo monetario internazionale, il 2008 chiuderà con una crescita media annua del Prodotto interno lordo (Pil) pari all’1,6% negli Usa, dell’1,3% in Eurolandia e di 0,7% in Giappone. Il 2009 sarà ben peggiore, con uno 0,1% per gli Usa e 0,5% per il Giappone. Per Eurolandia si stima invece uno 0,2%, con la Germania a crescita zero, la Francia con lo 0,2%, la Spagna e l’Italia con un calo dello 0,2%. Anche i Paesi emergenti rallenterebbero sia pure conservando tuttavia tassi di crescita del Pil di tutto rispetto. Malgrado le interconnessioni della globalizzazione richiederebbero di trattare di tutti i grandi poli dell’economia mondiale, noi ci concentriamo sulla Unione europea e sull’Italia.
Partiamo dalla Ue. È noto come, in seguito ai vari vertici di Ecofin e dei capi di Stato e di governo, in accordo con la Commissione europea e con la Banca centrale europea (Bce), è stato predisposto un piano d’azione concertato per evitare il fallimento di banche, per garantire i depositi, per riattivare il circuito del credito. I vari Paesi l’hanno attuato con intensità variabile a seconda delle esigenze.
Tutto ciò non basta a evitare una recessione e a rilanciare l’economia per più d’una causa che denota anche una carenza di «governo federale» della politica economica che purtroppo l’Unione europea monetaria (e ancor più la Ue) presenta.
È bene rilevare infatti che già nel secondo trimestre del 2008 tutte le principali grandezze macroeconomiche della Uem hanno avuto un segno negativo: il Pil -0,2%; gli investimenti -1%, con una componente delle costruzioni a -1,6%; i consumi delle famiglie -0,2%; le esportazioni
-0,2%. Solamente la domanda per consumi delle amministrazioni pubbliche ha avuto un incremento dello 0,5%, non sufficiente per compensare il calo di tutte le altre componenti.
Tutte le inchieste presso imprenditori e consumatori dicono che la situazione è andata peggiorando nel terzo e nel quarto trimestre nei quali il Pil avrà una dinamica negativa così portando, almeno dal punto di vista definitorio, la Uem in recessione.
Il fatto che siano diminuite le pressioni inflazionistiche per il calo del prezzo del petrolio e delle materie prime, che il dollaro si sia apprezzato rispetto all’euro, che siano ribassati i tassi ufficiali della Bce di mezzo punto fino al 3,75%, se da un lato agirà sulla crescita con un certo ritardo temporale, da un altro lato non basterà per dare carburante alle economie nel quarto trimestre del 2008 e nel 2009. Il 27 ottobre Jean-Claude Trichet ha annunciato che il prossimo 6 novembre «è possibile che  la Bce tagli i tassi». Bene. Ma dovrà essere un taglio significativo: di almeno un punto.
La Bce ha già introdotto una serie di facilitazioni per l’erogazione di liquidità al sistema, ma i tassi sui mercati monetario e finanziario hanno continuato a crescere, con l’Euribor a tre mesi che ha raggiunto il 5,5% ripiegando sotto il 5% solo nella seconda metà di ottobre. Nel contempo l’erogazione del credito ha significativamente rallentato, come segno congiunto di posizioni altamente difensive nell’offerta da parte delle banche, ma anche di cautela nella domanda di imprese e famiglie.
In queste condizioni, la Uem deve prendere due iniziative forti. La prima è che la Bce deve ribassare di almeno un punto il tasso ufficiale sulle operazioni di rifinanziamento portandolo al 2,75. La seconda iniziativa, utilizzando la clausola prevista dai trattati delle Cooperazioni rafforzate, è un programma di spesa pubblica finanziata con emissione di obbligazioni comunitarie per la realizzazione di infrastrutture fisiche e tecnologiche secondo il progetto di Jacques Delors, poi ripreso da Giulio Tremonti, dallo scrivente e da altri che hanno proposto un piano di debito pubblico comunitario.

La posizione italiana. Passiamo ora all’Italia. Sotto la regia del ministro dell’Economia, in consonanza con la Banca d’Italia, il governo ha varato quest’anno due ottimi decreti legge (il 155 e il 157) per fronteggiare la crisi che è piombata su un sistema bancario per ora più solido che in altri Paesi europei. E questo sia perché meno esposto sia per la nostra economia industriale abbastanza forte data la solidità delle imprese, sia per famiglie poco indebitate comparativamente ad altri Paesi.
Ma tutti i segnali sulla dinamica del Pil, dei consumi, degli investimenti, delle esportazioni, dell’occupazione sono negativi a causa del forte rallentamento della domanda interna ed estera e della interazione domanda-offerta di credito dove la cautela erogativa delle banche ormai si nota. Su tale base mentre la Relazione previsionale e programmatica del governo, resa pubblica il 23 settembre 2008 ma elaborata prima, prevede una crescita del Pil nel 2009 pari allo 0,5%, il centro studi della Confindustria nel bollettino di ottobre prefigura un calo dello 0,5%. Collocandoci tra le due previsioni, la crescita potrebbe essere intorno allo zero e perciò il governo deve assumere nuove iniziative che saranno comunque difficili a causa del nostro rapporto tra debito e Pil intorno al 104% e in inevitabile aumento nel 2009.
Bisognerebbe aumentare la spesa pubblica per investimenti infrastrutturali fisici e tecnoscientifici, ridurre le tasse, facilitare l’erogazione del credito. Facile dirlo, ma estremamente difficile farlo: sicché le proposte che seguono valgono come spunti di riflessione. Prima proposta. Il potenziamento della Cassa depositi e prestiti, studiando anche la possibilità di utilizzo a garanzia patrimoniale delle riserve auree della Banca d’Italia. In alternativa, un rafforzamento delle Fondazioni Acri. Entrambe queste operazioni potrebbero servire anche per ricapitalizzare alcune banche, purché poi la Banca d’Italia operi attivamente affinché esse eroghino il credito, che per le imprese potrebbe avvantaggiarsi anche da un rafforzamento del Confidi.
Seconda proposta. La Fiscalità premiale sia, con una «Tremonti ter», opportunamente riveduta sia sulle retribuzioni da produttività che sui profitti da export. Per finanziare queste iniziative bisogna ridurre la spesa pubblica corrente e improduttiva e recuperare alla fiscalità il sommerso e l’illegale usando davvero la forza dello Stato, specie in certe regioni. Le cifre del sommerso, pur imprecise, parlano di un 15%-20% del Pil, ovvero quasi 100 miliardi di evasione.
In conclusione il decreto legge 112, convertito nella legge 133 del 2008, va in complesso nella direzione giusta, anche se programmata in momenti migliori. L’Italia si trova in serie difficoltà anche per i vincoli di Maastricht che, pur essendo necessari, potrebbero essere allentati per fare spazio agli investimenti. Ma se anche ciò accadesse, non credo che i nostri problemi non scomparirebbero. Anche per questo le parti di maggioranza e opposizione dotate di razionale pragmatismo dovrebbero collaborare di più, anche su base regionale, nel sostegno all’economia italiana. Eventualmente rinviando riforme non essenziali in questo momento.
Oggi, come spesso ricordano Tremonti ed Enrico Letta, è infatti essenziale una «responsabilità repubblicana».

di Alberto Quadrio Curzio

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