Bonfiglioli/ Datemi un riduttore alzerò il mondo
Adesso è l’ora del Vietnam. Sonia Bonfiglioli, amministratore delegato dell’omonima azienda di famiglia, è al seguito della delegazione di Confindustria, che dal 4 al 7 novembre è in missione appunto in questo Paese del Sud-Est asiatico, con un ruolo molto particolare. Proprio in questi giorni infatti parte il nuovo stabilimento dell’azienda bolognese a Ho Chi Minh, l’ex Saigon, e Bonfiglioli si presenta dunque ai colleghi imprenditori come testimonial di una scelta che finora è stata fatta da ben poche aziende italiane: a parte Perfetti, che in Vietnam ha una presenza storica, si registra solo il recente arrivo della Piaggio.
Con il Vietnam, il gruppo Bonfiglioli pone un altro tassello importante nella sua strategia di internazionalizzazione, che dal quartier generale alle porte di Bologna l’ha portata ad avere stabilimenti produttivi in Germania, in Slovacchia e in India (qui, come in Vietnam, l’operazione è stata effettuata con il supporto della Simest, la finanziaria del ministero del Tesoro che offre un supporto all’internazionalizzazione delle imprese italiane), oltre a una ramificazione commerciale ovviamente ben più globalizzata.
Il suo business - la trasmissione di potenza - è al centro di tutto ciò che si muove, di tutto ciò che ha a che fare con l’automazione: Bonfiglioli produce riduttori, cioè apparecchi che trasformano l’energia elettrica in movimento. Ogni tipo di industria ne ha bisogno, per nastri trasportatori, gru, linee di produzione, ma anche macchine agricole, betoniere, escavatori, fino alle più recenti applicazioni come quelle delle energie rinnovabili, che usano i riduttori per muovere pannelli solari e pale eoliche.
Eppur si muove, potrebbe essere il motto della Bonfiglioli, che in questa attività è leader incontrastato in Italia, con un fatturato che sfiora i 700 milioni di euro, e a livello internazionale se la gioca con concorrenti che sono soprattutto tedeschi, del calibro di colossi come Siemens e Bosch.
Fondata nel 1956 e ancora guidata da Clementino Bonfiglioli, che ha la carica di presidente, la guida operativa è affidata alla figlia Sonia, ingegnere, da giugno amministratore delegato unico dopo avere suddiviso le competenze per alcuni anni con un manager che aveva la responsabilità della produzione.
Ingegnere, dall’India al Vietnam senza passare dalla Cina, che invece va così di moda in questo periodo. Perché questa scelta?
Siamo andati in India nel ‘96 e ora apriamo un secondo stabilimento in Asia e tutte e due le volte ho valutato l’opportunità di un’espansione in Cina. In entrambi i casi, però, non mi ha convinto a sufficienza per decidere la localizzazione di un impianto produttivo.
Perché?
Per un insieme di ragioni che vanno dalla burocrazia ai dazi, ai controlli amministrativi, fino alla protezione dei brevetti. Alla fine, abbiamo valutato che la Cina non offrisse nulla di più di India e Vietnam e anzi, a seconda di questo o quell’aspetto, uscisse perdente dal confronto. Ciò non toglie, intendiamoci, che i miei due figli, ancora molto piccoli, abbiano appena iniziato delle lezioni di cinese.
Quando è iniziato il vostro sviluppo internazionale?
Tutto è cominciato proprio con l’India negli anni Novanta. Poi nel 2001 abbiamo effettuato un’acquisizione molto importante in Germania, con la Vectron, che ci ha consentito di entrare nel settore dell’elettronica applicata ai sistemi di controllo e che ci garantisce un vantaggio competitivo decisivo nei confronti dei concorrenti, soprattutto quelli italiani, perché qui in Emilia - dove si concentra la maggior parte delle aziende del settore - la tradizione è la meccanica, non l’elettronica.
E dopo la Germania?
All’estero è stata l’unica acquisizione. Nel 2005 abbiamo avviato la produzione in Slovacchia, con un nuovo stabilimento. E ora Saigon, o meglio Ho Chi Minh. Abbiamo scelto il sud del Vietnam perché c’è una maggiore tradizione di meccanica leggera, mentre la parte nord risente ancora della divisione del passato, quando c’era un’importante produzione bellica, ed è quindi più concentrata su produzioni «pesanti». Ma l’internazionalizzazione passa anche dalle filiali: il prodotto standard deve essere adeguato alle richieste del cliente e questo compito spetta appunto alle filiali, che non hanno quindi un ruolo solo commerciale. Per questo in qualche caso, come in Turchia o recentemente in Brasile, abbiamo acquisito la maggioranza del nostro distributore locale.
Qualche acquisizione l’avete fatta anche in Italia, però.
Sì, nel 2003, con Tecnoingranaggi. Il settore che ha risentito pesantemente del ricambio generazionale, in questi ultimi anni, e così è successo che molte aziende sono passate di mano.
Chi ha comprato?
A volte gruppi stranieri, a volte fondi di private equity. Anche noi siamo sempre «sotto osservazione».
Ma voi il passaggio generazionale l’avete già risolto.
Infatti. Anche se i miei genitori sono ancora presenti: mio padre ha la carica di presidente e mia madre è vicepresidente. Mio fratello invece lavora in una società collegata, ma che non fa capo direttamente al gruppo.
In passato l’azienda ha avuto un flirt con la finanza. Poi più niente. Oggi preferite fare tutto da soli?
Sì, nei primissimi anni Novanta Gemina era entrata nel capitale con una quota del 12,5%, che poi avrebbe dovuto raddoppiare attraverso un prestito obbligazionario convertibile. Era un investimento finalizzato alla successiva quotazione in Borsa. Ma la cosa non è andata avanti, loro sono usciti, noi ci siamo ricomprati la quota. Per farla breve, adesso ce ne andiamo avanti felicemente da soli.
Una convinta sostenitrice dell’azienda di famiglia, mi pare di capire…
Sì, penso che ci sia qualcosa di diverso rispetto alle realtà dove si lavora esclusivamente con l’ottica del profitto. La passione che io metto nel lavoro, e con me tutti i miei collaboratori, con ogni qualifica, è qualche cosa di importante. Ne ho avuto la riprova quando abbiamo deciso di aprire in Vietnam. In azienda tanti giovani si sono fatti avanti con entusiasmo e hanno detto: siamo pronti ad andare. Certo, i mercati ci possono sempre fermare, ma noi facciamo tutto quello che possiamo per continuare ad andare avanti con successo.
A proposito di mercati, la grande frenata dell’economia mondiale avrà un impatto anche sulla vostra attività…
Sì, abbiamo abbassato leggermente il budget 2008 e l’anno prossimo credo che sarà un periodo di consolidamento. Ma non è niente di grave. Sono anni che abbiamo tassi di crescita a due cifre, può anche essere l’occasione per rimettere un po’ di ordine all’interno di casa nostra.
Quali sono i settori di sbocco più importanti per la vostra produzione?
La clientela storica di Bonfiglioli è quella industriale, di qualsiasi segmento, perché la necessità di automazione è ovunque. Negli ultimi anni ha guadagnato importanza il settore delle energie rinnovabili, per esempio noi produciamo il meccanismo che fa girare la pala eolica. Questo è il comparto che noi chiamiamo «Industrial solutions». Poi c’è il settore «Mobile solutions», cioè macchine movimento terra, macchine agricole, gru. Questo comparto, nel quale abbiamo realizzato risultati molto significativi, come la fornitura a giganti internazionali del calibro di Caterpillar, John Deer, Cnh (gruppo Fiat), ormai ha superato il 50% del giro d’affari totale.
Come fa a seguire direttamente un’attività così internazionale?
Semplice, vado, torno e dormo in aereo. Così non lascio troppo soli i miei figli.
Suo marito è in azienda con lei?
Per carità, almeno lui no. Fa il dentista e va benissimo così. Però abbiamo un problema con la scuola dei bambini.
In che senso?
Scrivono che il papà fa da mangiare e la mamma aggiusta i giocattoli. I maestri pensavano che ci fosse un po’ di confusione, invece è la pura verità.
di Martino Cavalli
Tags: Asia, Bologna, Bonfiglioli, Bosch, export, meccatronica, Perfetti, Piaggio, Siemens, Simest, Tmonieri, vietnam
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