Credit card, harakiri in banca
Tutto il mondo è paese. Almeno visto dallo sportello bancario. Alla fine di settembre, proprio mentre il Congresso degli Stati Uniti era impegnato nell’esame a oltranza del piano di salvataggio per il sistema finanziario Usa, alla commissione competente del Senato arrivava una dura e dolente nota di protesta dell’American banker association, ovverosia l’Abi a stelle e strisce, che contestava come «dannosa per il sistema e, di riflesso, per i consumatori onesti» la riforma, già approvata alla Camera dei rappresentanti con una forte maggioranza (312-112) , della legge denominata in codice Hr5244 che prevede diverse modifiche ai rapporti tra emittenti di carte di credito e utenti.
Che cosa contestano i poveri «banker»? In particolare, se la nuova normativa sarà approvata, gli emittenti non potranno più cambiare, senza preavviso, i tassi di interesse praticati alla clientela. Al contrario, sarà necessario un preavviso di 45 giorni. Inoltre, i conti andranno saldati entro 25 giorni dall’emissione contro gli attuali 14.
Francamente non ho alcuna idea sulle conseguenze tecniche della riforma. Ma mi colpisce l’aspetto politico e psicologico della questione: mentre il Parlamento degli Stati Uniti discute in quali forme dirottare una cifra gigantesca (850 miliardi di dollari), pari al Pil dell’Olanda, dalle tasche dei contribuenti alle casse di banche che avevano prestato quattrini senza alcuna avvedutezza, badando solo a lucrare commissioni sempre più elevate al servizio di stipendi abnormi, gli stessi banchieri usano le loro non indifferenti lobby (le stesse che avevano intralciato la reazione a regole più stringenti sulla loro attività) per opporsi a un intervento in un’altra polveriera che minaccia il sistema: circa 50 milioni di famiglie americane, cito il New York Times, hanno in media un debito di 17 mila dollari con le credit card.
Buon senso vorrebbe che fosse interesse anche delle banche disinnescare una mina forse più pericolosa degli stessi mutui «subprime». Perché tra i 50 milioni di possessori di carte di credito figurano senz’altro le vittime dei subprime, già alle prese con il sequestro della casa o la minaccia del licenziamento, che si fa palpabile oltreoceano. Non sarebbe meglio per tutti, banche comprese, venire incontro ai clienti in difficoltà? O meglio, prevenire le difficoltà? Evidentemente molte, troppe banche non hanno intenzione di rinunciare a cuor leggero a una fonte di extraprofitti, anche se in molti casi si tratta di profitti destinati a restare sulla carta, per colpa dell’insolvenza dei debitori. Se penso alla resistenza a oltranza, a casa nostra, sul fronte della commissione di massimo scoperto o di altre pratiche pur cassate dalla magistratura, non mi stupisco più di tanto. Ma non approvo.
Tutto il mondo è paese, a giudicare dai comportamenti della classe politica. Il Congresso americano, a un mese dalla prova elettorale che, oltre alla scelta del nuovo presidente, riguarda una parte consistente del Parlamento, non se l’è sentita di dare l’ok, in prima lettura, al piano di Hank Paulson, il segretario al Tesoro in arrivo da Goldman Sachs. Certo, si tratta di una medicina amara per i contribuenti, cosa che non piace a sinistra. Ed è ancor più vero che mai, nella storia degli Usa, lo Stato federale ha avuto un peso analogo sull’economia, cosa che ha fatto insorgere la destra «neocon», populista e barricadiera, decisa a opporre la sana gestione dell’America che lavora ai banchieri di Wall Street.
Ma, al di là delle critiche, tutti i commentatori, seppur a denti stretti, hanno dovuto ammettere che nel breve termine non esiste altra soluzione che non passi da una sorta di «Apocalisse finanziaria». Di qui nasce un amaro insegnamento: gli Usa, che fino a ieri hanno dato lezioni di efficienza tecnica nel momento del bisogno, si sono piegati (seppur temporaneamente) alla logica della «politica politicante». Intanto, i due candidati alla Casa Bianca hanno giocato allo scaricabarile: nessuno dei due si è assunto fino in fondo l’onere di sostenere il piano, ma nessuno l’ha rinnegato. Insomma, dalla logica di Pearl Harbor, evocata dal finanziere Warren Buffett per spiegare il suo ingresso in Goldman Sachs, a balletti tipo Alitalia. Ma la vacanza della ragione, almeno oltreoceano, è durata due giorni, non settimane, mesi o anni come alla Magliana. E così, dopo una revisione del progetto (bisogna pur giustificare la pausa di riflessione imposta da una provvidenziale festività ebraica…), è stato possibile riprendere il filo di un discorso all’insegna del senso dello Stato, in una cornice epocale.
Non è il caso, intendiamoci, di mettere in discussione il capitalismo, bensì: i revisori che non rivedono proprio nulla; i consulenti d’impresa che hanno certificato modelli di business arrischiati ma redditizi per i manager, cioè quelli che pagano. E ancora: agenzie di rating che distribuiscono pagelle un tanto al chilo; consiglieri indipendenti che accettano silenti tutte le scelte dei consigli di amministrazione. E così via.
Sarà necessario molto di più che un semplice colpo di scopa per rimettere ordine nel sistema. Ma di questo, come concordano anche i più critici, tipo Robert Shiller (quello che già denunciò l’«esuberanza irrazionale» della bolla delle dot.com), si parlerà dopo aver evitato il peggio. Ma di fronte ai rottami che galleggiano sul Pacifico, pardon a Wall Street, non è il caso di perdere tempo a far processi: si salva il salvabile, su cui ricostruire una volta evitato il peggio.
La lezione americana serve anche a noi. È vero che il sistema bancario italiano ha retto meglio di altri, impropriamente considerati più «avanzati». Ma lo stesso, ahimè, non si può dire per le banche francesi, tedesche, inglesi o belghe. E non è affatto escluso che il contagio della grande crisi arrivi per quella via anche in Europa, come appare dai casi Fortis (Belgio, Lussemburgo e Olanda) Dexia (Belgio, Francia e Germania). E anche dall’Irlanda, che ha garantito i depositi per 400 miliardi di euro e per due anni. Inoltre, è prevedibile che la crisi dei principali clienti delle nostre piccole e medie imprese presto ci costringerà ad adottare misure straordinarie a difesa della nostra principale ricchezza, il lavoro. Per non dimenticare l’ennesima mazzata al risparmio, perché le conseguenze del default di Lehman Brothers (e di altri emittenti) minaccia di colpire molti risparmiatori che hanno sottoscritto prodotti a capitale protetto (ma da che?).
Insomma, non facciamoci illusioni. Stavolta, magari, la colpa non sarà delle nostre banche o di nostri politici. Ma la mazzata può essere altrettanto grave. I rimedi? Fare la nostra parte in sede Unione europea e Banca centrale europea (l’Italia da sola può fare ben poco) ma giocare di squadra. Altrimenti, a poco servirà avere superato meglio degli altri i primi ostacoli: arriveremo ultimi comunque, in caso di crisi generale. E gli Usa ci rifileranno, dopo i subprime, anche i conti incagliati delle credit card altrui. Tutto il mondo non è paese.
p.locat@tiscali.it
Tags: American banker association, banche, credit card, finanza, Goldman Sachs, mutui, Usa
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