Fancy food show, quanto è buona quest’Italia
Buono, apprezzato e redditizio. Ma ancora incapace di cogliere tutte le opportunità di business a sua disposizione e, soprattutto, di contrastare il fenomeno delle imitazioni più o meno lecite. È questa la situazione di cibo e vino italiano sul mercato statunitense alla vigilia del Fancy food show. La più importante rassegna mondiale dedicata al gusto, che si apre a New York il 29 giugno, avrà tra i suoi ospiti d’onore proprio l’agroalimentare di casa nostra: Buonitalia, società che si occupa di promuovere la gastronomia tricolore sui mercati internazionali, ne ha approfittato per stilare una ricerca dedicata alla sua percezione e al suo consumo sul mercato statunitense.
Il risultato è quello di uno scenario ricco di opportunità, ma anche di ostacoli per il «vero»
alimentare italiano: un settore che in America del Nord ha venduto, nel solo 2007, oltre il 45% delle sue esportazioni, per un giro d’affari complessivo superiore agli 8 miliardi di euro. Il motivo di questo successo, secondo l’analisi di Buonitalia, sta nel carattere evocativo che il nostro Paese ha presso i consumatori locali, non solo in campo gastronomico: «Per quasi tutte le categorie di esaminate, il marchio italiano trasmette al pubblico l’idea di un prodotto semplice, salutare, genuino e passionale» scrivono i ricercatori. Il made in Italy, insomma, resta un valore aggiunto, che non a caso si traduce anche in un differenziale di prezzo piuttosto elevato tra prodotti italiani e non. Lo evidenzia l’indagine condotta su oltre 50 punti vendita alimentari, dalle grandi catene come Wal-Mart e Macy’s fino ai piccoli negozi di specialità tipiche (vedere tabella in basso): per beni come pasta, aceto balsamico e formaggi di provenienza italiana i consumatori nordamericani sono disposti a pagare fino al doppio di quanto spenderebbero per qualcosa di analogo prodotto però negli Stati Uniti o altrove. Quella che sembrerebbe una nota lieta, però, cela in sè anche tutte le difficoltà incontrate dal sistema alimentare italiano sui mercati esteri: perchè se l’Italia è un brand che tira e fa guadagnare chiunque lo appiccichi su una confezione di spaghetti, prosciutto o caffè, la corsa all’imitazione è inevitabile. Ecco spiegato il motivo per cui, per ogni vero alimento made in Italy acquistato sugli scaffali americani, se ne contano almeno quattro ingannevoli. Ma la proporzione è anche più elevata in settori sensibili come le salse (dove il rapporto è di 1 a 5), i preparati per pizza (1 a 8), i formaggi e il vino (1 a 10). Per quanto riguarda le città, New York e Los Angeles sembrano essere le più attente alla scelta dei prodotti autenticamente italiani, grazie alle comunità di immigrati più ampie e al potenziale di spesa più elevato, mentre la situazione peggiora spostandosi verso i centri minori. A Philadelphia, addirittura, il 29,5% di quel che finisce nei sacchetti della spesa è italian sounding.
Come uscire da una situazione che, oltre a causare mancati guadagni per le aziende del settore, frena anche la nostra bilancia dei pagamenti? Vista l’impossibilità o l’inefficacia di agire in sede legislativa e politica, lo studio di Buonitalia propone di ripartire dal terminale ultimo della catena: i consumatori. Da educare al riconoscimento del vero made in Italy attraverso una campagna che coinvolga il meno possibile i media generalisti, ma insista su alcuni canali considerati più adatti: oltre alle fiere come il Fancy food show, conclude la ricerca, vanno presidiati ad esempio i numerosi canali di ricette della tv via cavo (meglio se coinvolgendo i conduttori più amati in veste di testimonial), le riviste di cucina, i siti web specializzati e i motori di ricerca per le ricette.
Tags: buonitalia, fancy food show, Made in Italy
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