Minoranze rumorose
San Marchionne non ha fatto il miracolo. Dall’imprevedibile vertenza di Pomigliano d’Arco, dove la Fiat avrebbe meritato applausi a scena aperta semmai, e non certo contestazioni, per avere deciso di riconvertire l’impianto senza cassa integrazione e con un corso di formazione per tutti i 5 mila dipendenti, all’impasse della trattativa per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici, il quadro delle relazioni industriali italiane si è incendiato.
E proprio nel «poligono» dell’industria manifatturiera più «simbolica», quella che produce tra l’altro le redivive automobili italiane, le loro componenti, la loro materia prima.
Peccato, perché nonostante la netta perdita del potere d’acquisto subita dai salari dall’avvento dell’euro a oggi, il 2007 può essere archiviato come un anno d’oro per i contratti di lavoro, con 18 rinnovi senza conflitto, compreso quello dell’industria chimica, concluso addirittura in anticipo sulla scadenza.
Nei mesi scorsi, anche sul fronte metalmeccanico tirava un’aria positiva, con una corrispondenza di sensi quasi amorosi tra il sindacato e Sergio Marchionne, il «capitalista buono», come lo definivano i leader della stessa sinistra sindacale, forse sorvolando su qualche paragrafo «duro» nel pur brillante curriculum del manager.
Poi qualcosa si è rotto: cosa, e perché? Un fattore di discontinuità è stato senz’altro, e purtroppo, la strage della Thyssen, un colpo allo stomaco per il sindacato italiano, di cui ha rivelato impietosamente la distrazione storica, quasi pari a quella, colpevole, di certe aziende. Che questo mal dissimulato senso di colpa si traducesse in un più acceso rivendicazionismo era inevitabile, anche se sarebbe stato appropriato indirizzarlo soprattutto verso le questioni normative attinenti alla sicurezza. Forse anche la decisione Fiat di anticipare i 30 euro di aumento ai suoi dipendenti è stata un boomerang: a parte la facile ironia degli oltranzisti sui «30 denari» offerti da Mirafiori, quella scelta ha probabilmente dato la sensazione che l’azienda-capofila del settore fosse pronta a cedere su tutto. Infine, il delinearsi di un clima politico nuovo nel Paese, con il preaccordo Veltroni-Berlusconi su una riforma elettorale che tutti i partiti minori paventano come la peste, ha rinfocolato gli animi negazionisti della sinistra sindacale, da sempre arroccata dentro la Fiom-Cgil e anche in ampie frange della Fim-Cisl, che si richiamano direttamente a Rifondazione comunista, ai Comunisti italiani e ai movimenti: le componenti sindacali che hanno poi detto di no ai 120 euro di aumento offerti dalla Federmeccanica (che però, spalmati su un arco di tempo più lungo rispetto a quello indicato dai sindacati, equivarrebbero a 97), rivendicandone non solo 117 ma anche ulteriori 30 per le aziende prive di integrativo. Il tutto, naturalmente – ed è questo un altro punto-chiave – senza alcun nesso con l’aumento della produttività.
Ora, quel che non deve sfuggire è che queste frange, come pure – del resto – i loro referenti politici, rappresentano una stretta, risicata minoranza. Che siano le monopoliste del rumore, e quindi della visibilità mediatica, è inevitabile. Ma non significa che rappresentino la maggioranza delle opinioni di chi dovrebbero rappresentare. Come i 61 fiancheggiatori del terrorismo espulsi da Mirafiori negli anni di piombo si rivelarono per quello che erano, cioè un gruppo di soggetti isolati, ancorché pericolosi, così non devono essere i pochi caporioni di Pomigliano col loro incredibile no a un regalone d’altri tempi, né l’ala dura della Fiom, a inquinare un clima che era migliorato. D’altronde, nella storia della categoria, una sola volta un contratto è stato firmato senza conflitto. Evidentemente chi guida i metalmeccanici, al di là delle apparenze, è un conservatore.
sergio.luciano@mondadori.it
del pur brillante curriculum del manager italo-canadese, c.
Poi qualcosa si è rotto. Un fattore di discontinuità è stato senz’altro, e purtroppo, la strage della Thyssen che ha rappresentato, per il sindacato italiano, un colpo allo stomaco, rivelando impietosamente come sulla prevenzione non solo le istituzioni e, in simili malaugurati casi, le imprese private siano e siano state spesso carenti ma appunto anche le rappresentanze dei lavoratori. Che questo mal dissimulato senso di colpa si traducesse in un più acceso rivendicazionismo era inevitabile, anche se sarebbe stato appropriato, e giusto, indirizzarlo soprattutto verso questioni normative tutte attinenti alla sicurezza. Forse anche la decisione Fiat di anticipare i 30 euro di aumento ai suoi dipendenti è stata un boomerang: a parte la facile ironia degli oltranzisti sui “30 denari” offerti da Mirafiori, quella scelta ha probabilmente dato la sensazione che l’azienda-capofila del settore forse pronta a cedere su tutto. Infine, il delinearsi di un clima politico nuovo nel Paese, con il pre-accordo Veltroni-Berlusconi su una riforma elettorale che tutti i partiti minori paventano come la peste, ha rinfocolato gli animi negazionisti della sinistra sindacale, da sempre arroccata dentro la Fiom-Cgil ed anche in ampie frange della Fim-Cisl, che si richiama direttamente a Rifondazione Comunista, ai Comunisti italiani e ai movimenti: le componenti sindacali che hanno poi detto di no ai 120 euro di aumento offerti dalla Federmeccanica (che però, spalmati su un arco di tempo più lungo rispetto a quello indicato dai sindacati equivarrebbero a 97), rivendicandone non solo 117 ma anche ulteriori 30 per le aziende prive di integrativo. Il tutto, naturalmente – ed è questo un altro punto-chiave – senza alcun nesso con l’aumento della produttività.
Ora, quel che non deve sfuggire è che queste frange, come pure – del resto – i loro referenti politici rappresentano una stretta, risicata minoranza. Che siano anche le monopoliste del rumore, e quindi della visibilità mediatica, è inevitabile. Ma non significa che rappresenti la maggioranza delle opinioni di chi dovrebbero rappresentare. Come i 61 fiancheggiatori del terrorismo espulsi da Mirafiori negli anni di piombo si rivelarono per quello che erano, cioè un gruppo di isolato, ancorché pericolosi, così non devono essere i pochi caporioni di Pomigliano col loro incredibile no a un regalone d’altri tempi né l’ala dura della Fiom a inquinare un clima che era migliorato. D’altronde, nella storia della categoria, una sola volta un contratto è stato firmato senza conflitto. Evidentemente chi guida i metalmeccanici, al di là delle apparenze, è un conservatore.
di Sergio Luciano
Tags: Cgil, Cisl, fiat, Fim, Fiom, Mirafiori, Sergio Marchionne, Thyssen
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