Alcuni scandali italiani
Che cosa dimostra la storia di copertina di Economy? Che in Italia il livello di evasione fiscale e contributiva raggiunge valori impensabili anche per chi guardi la realtà con il più cinico disincanto (leggetevi non solo i dati ma anche le storie, scandalose e a volte paradossali, da pagina 14). E che ogni norma, anche ottima come è stata ed è la legge Biagi del 2003, può essere ignorata, aggirata, strumentalizzata ai peggiori fini.
Cinque anni fa, la riforma del mercato del lavoro portò in Italia alcuni utili strumenti di flessibilità nelle assunzioni, bloccate da mezzo secolo di rigidità totale: nuovi contratti, vantaggi per le imprese, il lavoro interinale…
Il risultato, incontestabile, è stato il crollo verticale della disoccupazione. Certo, si sono create anche aree di precariato, ma tutte le ricerche sul campo confermano che il lavoro a termine in gran parte, e con il tempo, si trasforma poi in lavoro stabile.
Il punto, o il problema se preferite, è che in questo Paese ci sono troppi furbi, che devono essere fermati con durezza. Per farlo, però, non si può tornare alla preistoria dello Statuto dei lavoratori del 1970, magari esteso anche alle imprese sotto i 15 dipendenti come vorrebbero i massimalisti alla Paolo Ferrero o alla Marco Ferrando (due tra i nemici giurati della legge Biagi, che hanno spinto all’inverosimile per la sua abrogazione). Anzi: le pretese della sinistra neocomunista, per tradizione ispirate a un’inesistente alterità morale e all’idea che lo Stato che detta legge anche sul ritmo dei respiri sia la sola salvezza del popolo, sono inadeguate e controproducenti. Perché non è con l’ipertrofia normativa che si eliminano gli abusi.
Se è vero che 846 mila aziende sono state ispezionate negli ultimi tre anni, e tra di loro 522 mila sono risultate «non in regola», con oltre 337 mila lavoratori addirittura in «nero totale», questo di certo non è avvenuto per colpa della legge Biagi: gli imprenditori disonesti avrebbero sicuramente agito alla stessa maniera anche senza i suoi benefici. Diciamo, caso mai (impiegando un po’ di quel cinico disincanto di cui si parlava), che prima della riforma questi «padroni in nero» avrebbero avuto forse qualche giustificazione in più. Per questo, nei loro confronti la censura – morale, penale, civile – deve essere oggi ancora più severa.
Un segno del tutto positivo, invece, riguarda la capacità degli ispettori: i 1.700 dell’Inps, i 3.400 del ministero e i 500 carabinieri in lotta contro l’economia sommersa. Sono pochi, forse, ma lavorano bene. È merito loro se 1.249 imprese edili, costrette alla chiusura dei loro cantieri perché si era scoperto che un quinto almeno dei dipendenti erano in nero, hanno immediatamente regolarizzato manovali e muratori. Questo è accaduto negli ultimi quattro mesi, ed è più che un buon risultato. Insomma, ci sono gli strumenti e ci sono le leggi: usiamo gli uni e applichiamo le altre. Con un po’ di severità e di continuità. Banalmente, solo con questo tipo di atteggiamento il rispetto delle regole può diventare un patrimonio comune. E si sgretolerà quel buco nero di 40 miliardi di presunta evasione contributiva.
P.S. A proposito di regole e di precari, sia pure decisamente «di lusso»: Luca Cordero di Montezemolo, presidente in scadenza di Confindustria, sotto il governo Prodi non ha difeso con particolare convinzione la legge Biagi; in compenso ha permesso che sindacati ed estrema sinistra governativa azzerassero i risparmi contributivi (circa 9 miliardi di euro l’anno) introdotti con lo «scalone previdenziale» dell’ex ministro Roberto Maroni. Ora che il suo mandato termina, qualcuno ipotizza seriamente una sua discesa in politica? Aiuto.
di Maurizio Tortorella
tortorel@mondadori.it
Tags: confindustria, evasione fiscale, legge Biagi, montezemolo, Roberto Maroni
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